Ernest Hemingway, Vero all'alba

ERNEST HEMINGWAY

Vero all'alba

Stato lettura: LIBRO CONCLUSO IL 10/08/2017

Recensione

Scritto tra 1954 e 1956, dopo un safari di cinque mesi in Kenia, questo "romanzo autobiografico" rimase inedito fino al 1999, quando Patrick Hemingway, figlio del grande scrittore, lo ritrovò tra i fondi della Kennedy Library di Boston. Si ritrovano in queste pagine le magiche atmosfere dei capolavori hemingwayani, da Verdi colline d'Africa a Le nevi del Kilimangiaro: i lunghi tramonti africani, i ruggiti delle belve nella notte, il vento che scende dalle montagne e scuote le tende. Con la sua scrittura limpida ed essenziale l'autore ci racconta l'emozione della caccia e i rituali del safari, trasmettendoci la sua profonda fascinazione per il continente africano e per la sua cultura. Nell'attesa della preda Hemingway ricorda poi i giorni trascorsi a Parigi e in Spagna, riflettendo sull'arte e il mestiere di scrivere. Il risultato è un autoritratto di straordinaria importanza per capire la personalità e l'arte di un grande scrittore del Novecento.

Giudizio

Voto:
Adoro Hemingway. Il suo stile narrativo è a mio parere perfetto. Semplice, quasi minimale, ogni riga va però letta con attenzione perché c'è più di quel che è scritto, tutto dipende dal contesto in cui si trova quella frase. Una battuta che la precede, o un avvenimento subito dopo, influiscono su ogni frase, e il libro è un tutto a se stante. Qui, un diario di un campo di caccia in Africa, la cosa è tanto più vera... quanto più falsa, per riprendere il tema del libro stesso: ogni frase racchiude di più all'alba e di meno a mezzogiorno. Hemingway è l'ultimo esponente, in letteratura, di quello che lui stesso in questo libro chiama "i vecchi tempi": tempi in cui non c'erano le auto, i telefoni, la globalizzazione. Un passo è molto importante: un monte in Africa non viene più scalato, perché l'uomo ha le auto, ma le auto arrivano solo fino ad un certo punto, e per percorsi determinati; dove l'auto non arriva, l'uomo non arriva più. Così i vecchi indiani, ad esempio, non hanno più le piume d'aquila perché loro sono vecchi, e i giovani sono in auto. E perchè cacciare le aquile è vietato. Questo è il mondo in cui ci riporta Hemingway, e che anche per lui era un mondo di altri tempi, però lui come magicamente è riuscito a riviverlo fino all'ultimo. Ogni suo libro, ogni sua frase, è intrisa di infinita e profonda, quasi metafisica, nostalgia. Ed è incredibilmente ateo: ogni suo libro non trattiene in sé né riesce a dare l'idea della presenza di un qualche dio, o di qualche religiosità. La sua non è una nostalgia di un "totalmente altro", è la nostalgia di un'altra era, l'era prima che la tecnologia occupasse tutto il pianeta e relegasse noi uomini nella sua "riserva". Per questo ripeto che Paul Theroux o di Hemingway non ha capito un cazzo, o è semplicemente un buffone e un pessimo scrittore. Ed è più probabile la seconda.
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  • Di là dal fiume e tra gli alberi (stato: Libro finito)
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