Vedi figliolo, è la tua testa che fa il bar. Non il contrario. (N.D.)
Paul Theroux, Dark star safari. Dal Cairo a Città del Capo via terra

AUTORE: Paul Theroux

TITOLO: Dark star safari. Dal Cairo a Città del Capo via terra


Stato lettura: LIBRO CONCLUSO IL 11/07/2017

Recensione

Safari in swahili vuol dire "essere via". Proprio un tale desiderio di sparire, unito a quello di ritrovare l'Africa conosciuta negli anni Sessanta, quando era docente volontario per i Corpi della Pace in Malawi e Uganda, spingono Theroux a un'ennesima peregrinazione. L'idea è andare dal Cairo a Città del Capo via terra, attraversando tutti i Paesi della costa orientale, viaggiando con e come gli africani, servendosi di treni o di battelli fluviali per scendere lungo il Nilo, di passaggi su camion per il bestiame nel deserto sudanese, di furgoncini strapieni verso il bush, di autobus inaffidabili sulle lunghe distanze, e anche di canoe per attraversare paludi e fiumi; incontrando egiziani truffaldini, feroci banditi somali, missionari fanatici e politici corrotti, ma anche vecchi amici impegnati nella ricostruzione della propria nazione, giovani prostitute che usano il corpo come unica merce contro la fame, e sudafricani bianchi spossessati delle loro fattorie. Il vero viaggio, ci fa capire Theroux - l'esplorazione del radicalmente diverso - permette di trovare il senso delle proporzioni tra il noto e l'ignoto, rendendo questo libro non tanto un diario di viaggio ma la metafora di un incontro con un universo ignoto (il Dark Star del titolo, che allude alla teoria eretica di un sole binario), nel quale ci si perde felicemente e non si torna più del tutto quelli di prima.

Giudizio

Voto:
Merda, che pacco di libro. Mi era stato consigliato e la prefazione non sembrava male. Invece è un pacco e, se fossi andato ad informarmi meglio su chi era questo Paul Theroux, l'avrei dedotto facilmente. Scrittura piatta e anonima, piuttosto prolisso, luoghi comuni sul "turista" e il "vero viaggiatore", critiche continue agli "americani", e teniamo conto che lui è americano e viaggia "finanziato".
Non accetto, non comprendo, la lotta continua all'americano medio e la giustificazione continua a volte irrazionale del mondo arabo. Parte dal Cairo, e viaggia inizialmente per itinerari turistici, su mezzi turistici, in alberghi turistici e punti di sosta turistici. Tutto ciò mentre critica il turismo. Ricordo bene il Cairo, ma ricordo meglio la mia uscita dal Cairo e l'uscita dai territori turistici per arrivare all'Oasi di Bahariya durante la mia tragica spedizione in moto del 2011 nel deserto egiziano. L'uscita dal Cairo è stata l'entrata in un mondo completamente opposto, fatto di accidia, e oppressione religiosa, altroché stronzate. E' stata la prima volta, dopo Libia e Tunisia, che vidi l'Hijab completo e le donne segregate in cucina nascoste da pannelli e grate in metallo. E questo era l'Egitto, la terra dei Fratelli Mussulmani e della grande Primavera Araba sfociata nella grande violenza di morte, la terra dei grandi attentati, la terra della lotta contro gli Ebrei, la terra del sostegno palestinese nonostante i problemi che anche a loro porta l'estremismo maledetto della Striscia di Gaza.
Chiaramente ifnché fai crociere in nave lungo il Nilo e visite ad Abu Simbel e Giza sul dorso dell'Asino a pagamento sei in un altro mondo, quello del Turista sbrigativo, e non può darla a bere se non a chi parte da una ideologia (l'america è cattiva) e non vuole sentire altre campane.
Tolto ciò, la narrazione è veramente ingenua e sempliciotta, farcita di citazioni dotte messe lì tanto per... Ispira un fastidio che solo un ideologico potrebbe sopportare. Non pensate che sia così solo all'inizio: continua così per tutto il libro. Critica in maniera spietata (e, vedremo dopo, ingiusta) sia il "turista medio" sia le organizzazioni di assistenza. Nel frattempo celebra se stesso, e la cosa non è sottintesa in maniera velata ma assolutamente esplicita.
E' convinto di sapere tutto, di avere in tasca il segreto dell'Africa e per questo non accenna neanche un po' a giustificare chi là fa assistenza, di qualsiasi tipo o sotto qualsiasi bandiera. Nè fa un minimo sforzo di trovare qualche giustificazione per il "turista" che altro non è, caro signor Theroux, una persona che non ha tanto tempo libero come lei, ma ha un tempo piuttosto ridotto e che questo tempo lo vuole utilizzare per rilassarsi, non per trovare temi utili a scrivere un nuovo libro.
Pareri simili al mio li ho trovato in giro per la rete e ciò mi ha sollevato un po' il morale, perché all'inizio pensavo fosse semplicemente un'antipatia "a pelle" derivata dallo stile di scrittura. Andando avanti col libro, piuttosto lungo e ripetitivo, ho capito che non era un mio limite, ma di Theroux.
Per tutto il libro lui celebra se stesso e i suoi molti anni passati in Malawi a insegnare in una scuola, e questo fatto lo usa - come dicevo - per celebrare se stesso e criticare continuamente ogni aiuto sotto qualsiasi forma - ONG o governativo o religioso o laico privato - portato in Africa. Già a quel punto io continuavo a chiedermi perché, se lui è così certo di cosa bisogna fare realmente per l'Africa, poi non sia mai tornato in Malawi e ci ritorni solo ora, vecchio e nullafacente, per una vacanza semplicemente diversa da quella del turista medio, che almeno qualche soldo in Africa lo lascia mentre lui non lascia neanche quello?
Peccato che poi, nel capitolo sul suo ritorno in Malawi, si scopre che lui in Malawi ci finì con i Peace Corps per il semplice motivo che voleva evitare il servizio militare e quella era l'alternativa. In Malawi non si fece tanto il mazzo visto che alla fin fine insegnava in una scuola, scopava (si prese lo scolo...) e scriveva tant'è da lì pubblicò il suo primo libro; una volta finito il suo periodo d'obbligo in Malawi, libro pubblicato, se ne tornò quatto quatto negli Stati Uniti e in Africa non ci mise più piede, e per l'Africa non fece più un cazzo, restando all'ombra del capitalismo a godere il frutto dei suoi scritti e passando il tempo a viaggiare.
Perché tanta critica nei confronti degli enti assistenziali? Non ci sono mezzi termini: portano solo il benessere che conoscerebbero loro, e non quello di cui avrebbe bisogno l'Africa. Portano maglie invece di aghi e filo, per intendersi. La soluzione? Smetterla con l'assistenza, perché genera solo poltroni. Ebbene, io non penso che gli africani siano così stupidi da non capire che se c'è bisogno di magliette, la cosa migliore sarebbe farsele. Non lo penso proprio. Theroux invece ha il difetto di ragionare proprio così, e nel mentre lo fa tenta inutilmente di salvare l'immagine dell'africano. Ne viene fuori un gran caos di idee, e sicuramente ne viene fuori un punto di vista di una singola persona che poco ha fatto per quel continente, punto di vista del quale lui è l'unico - in definitiva - a parlare perché il libro è suo e gli altri punti di vista li propone in maniera superficiale, falsa e critica.
A leggere solo questo libro, gli si potrebbe anche dare ragione. Solo, però, leggendo solo il suo libro, ascoltando solo lui.
In questo libro, infatti, Theroux è l'unico che parla ed è l'unica campana che possiamo ascoltare.
Ha parole di critica per tutti: Hemingwai, Kuki Gallmann, Karen Blixen, e ha parole di celebrazione solo per se stesso. Fa proselitismo della sua persona e dei suoi libri. A sentire lui tutti in Africa sbagliano e dovrebbero ascoltare lui e leggere i suoi libri, i turisti non dovrebbero più metterci piede, Hemingway era uno scrittore di merda e lui stranamente lo conoscono tutti quanti tant'è che di continuo dice di incontrare gente che legge suoi libri... nel mezzo dell'Africa!
Un libro da ignorare e da evitare, sia perché a livello stilistico è vuoto, sia perché a livello di contenuti è perlopiù privo di fatti che meritino di stare in un libro, sia perché a livello etico fa passare un messaggio che andrebbe assolutamente evitato.

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