dom 19/07/2026 | RSS | Menu

LA RETE DEL FUHRER

Steve Berry

Danny Daniel è un ex presidente USA ritirato ma che spesso dà una mano a suoi amici. La cancelliera tedesca è una di questi e lo chiama per interrogare una donna bielorussa che nasconde dei segreti, ma che appena comincia a parlargli si accende una sigaretta e muore poiché questa era intrisa di cianuro. Dopo un inizio così lecitamente ti chiedi: ma i servizi segreti tedeschi a cosa servono?
Avevo bisogno di un libretto leggero e di provare ancora MLOL per testarlo soprattutto assieme al mio nuovo e-reader Pocketbook Verse Pro Color. Non ho mai letto nulla di questo autore, non so neanche chi sia ma i miei genitori avevano vari suoi libri quindi proviamolo.
E' un bel romanzo, Berry scrive bene, usa svariati stereotipi (il coraggioso sempre simpatico, la coppia innamorata coi problemi esistenziali, la vecchia che deve redimersi, i vari pacchetti pronti sul nazismo) ma li usa bene. Certo, è un po' una rapsodia sul Dossier Odessa ma in effetti l'argomento è troppo bello e dà possibilità infinite agli scrittori con fantasia e penna abili, concedendo al lettore qualche ora da passare su un libro piuttosto che davanti alla Madre di Tutte le Idiozie (la tv). Eredita, perché ne sono una caratteristica, i problemi di questi tipo di romanzo: azioni spezzate dai capitoli, colpi di scena continui, riflessioni sull'amore della coppia protagonista, banalità e luoghi comuni, soprattutto piani strategie e complotti che stanno in piedi quasi per caso e il controspionaggio che riesce a sgominare pure quasi per caso, basterebbe un semaforo rosso per rovinare tutta la storia, tutta l'indagine avanza solo per una serie di coincidenze (fortunate per i buoni, sfortunate per i cattivi) e i protagonisti, eroi dell'indagine nel controspionaggio, presentati come infallibili nel loro mestiere, alla fine riescono a sbrogliare la matassa più per culo che altro. Questo, paradossalmente, rende scontati molti momenti dell'azione, si capisce già come andranno a finire poiché tutto è artificioso essendo tali coincidenze non reali, ma create ad arte dall'autore. Berry è costretto a creare molteplici colpi di scena per reggere la suspense, devo ammettere che è bravo a farlo.
C'è anche un problema correlato al realismo della storia narrata. Un romanzo ucronico come Fatherland crea un intero mondo storico diverso dal nostro: vi si può fare tutto, il quarto Reich, UFO, tutte le possibilità sono aperte perché si entra nel mondo della fantascienza ovvero della fantastoria. In romanzi come questo di Berry, invece, ci muoviamo nel mondo reale e l'unica differenza è data da particolare come, appunto, la sopravvivenza di Bormann ed Eva Braun, figure che però si sa già che prima o poi dovranno essere riallineate alla realtà quindi già prima della fine c'è il dubbio su come Berry sistemerà questa cosa: nella pratica bisogna attendere il finale, ma nella teoria è sottinteso. Il "come" diventa ininfluente, quindi toglie pathos. In un romanzo giallo il come si scopre l'assassino ha tanto valore quanto lo scoprire chi è l'assassino, se dicessimo subito chi è l'assassino rovineremmo il libro: qui accade un po' la stessa cosa. Simile questione la troviamo in molti romanzi di questo tipo, ad esempio in La Biblioteca Perduta dove James Rollins inventa un quasi-continente nascosto al Polo Nord per poi farlo sprofondare e riallinearsi alla nostra realtà: è sempre un problema tecnico da sfruttare molto bene ma che comunque avrà sempre dei punti deboli. Anche in questo caso, però, ammetto che Berry riesce bene a cavarsi d'impiccio.
E' brava, si muove bene e il finale riesce a spiazzare sebbene artificioso ma cazzo, è un libro d'azione mica un trattato sociale. Bravo Berry!
Faccio anche una riflessione. Pure nella loro "bassa estrazione" culturale, quelli su questi temi rimangono libri importanti perché in maniera leggera e semplice ci ricordano cosa abbiamo attraversato, e cosa ci ha fatto attraversare la Germania. Qualcuno oggi dice "eh ma è quasi un secolo fa" ma un secolo non è niente in rapporto a ben due guerre mondiali. In questi libri si insiste però sempre troppo poco, a mio avviso, su alcune cose riguardo fuga, sopravvivenza, nuova vita dei nazisti fuggitivi: il ruolo dei paesi arabi che li hanno accolti a braccia aperte e spesso arruolato quando non solo aiutati (Egitto, Siria, Afghanistan, ecc.); il ruolo della Chiesa Cattolica, che ha fornito luoghi sicuri, reti di comunicazione e di spostamenti, documenti falsi, copertura; il ruolo della Germania, che a un certo punto ha deciso di mettere tutto a tacere arruolando noti nazisti in ruoli anche rilevanti della burocrazia statale. Di questi tre, penso che solo l'ultimo possa trovare una qualche giustificazione: ad operare con imparzialità, della popolazione tedesca sopravvissuta almeno metà sarebbe stata da impiccare o mettere in galera, una cosa logisticamente impossibile. Lo fa dire anche Berry in un passaggio del libro. Alla faccia dei bombardamenti alleati ad esempio su Dresda: ce ne volevano di più. Berry inoltre, tra i vari luoghi comuni dei romanzi d'azione, usa anche quello legato all'ambito femminile, la donna sempre vittima, passionale ma (o per questo) sempre sottomessa al suo destino soggiogato ai sentimenti, la donna come puro ideale ovvero non più come persona che né è quasi l'antitesi; la donna anche se assassina o agente segreto, in questi romanzi è sempre così e paradossalmente si fa quasi denigrazione della donna come essere umano. In questo caso non è solo Cassiopea, e mi sarebbe andata bene, ma anche Eva Braun. Trovo insulso giustificarne la memoria e salvarne la reputazione, perché tra l'altro lo si fa sulla base non di fatti storici ma di una fantasia narrativa. Nella realtà, la Braun sarà stata pure una inerme ragazzina invaghitasi di Hitler ma ne era invaghita per il potere, per l'enorme potere di quell'uomo. Era colpevole, senza se e senza ma. Non va redenta per nessun motivo.

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