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IL FALCO PELLEGRINO

John Alec Baker

Osservazione diaristica, narrazione autobiografica, saggio naturalistico, saggio etologico ad oggetto il falco pellegrino (l'animale più veloce del pianeta, capace durante l'attacco di raggiungere i 385 km/h - ricordo ancora quando Elia me lo insegnò alle elementari), trattato di ornitologia, trattato di botanica, con lunga introduzione di MacFarlane. Sarò sincero, inizialmente mi ha annoiato a non finire. E' scritto benissimo, sembra scritto da un poeta, a tratti ricorda le peregrinazioni di Basho. Mi è parso tuttavia mancasse di linearità e un qualche tipo di scopo: c'è solo il falco pellegrino che a volte compare, altre volte uccide, a volte si fa il bagno, spesso sta appollaiato da qualche parte a osservare l'orizzonte, vola, plana, sta a Spirito Santo, lo fissa, spolpa e spiuma... Anche in Basho c'era una certa mancanza di senso ma la formula "da A a B" c'era, perlomeno nella sua intenzione di raggiungere un certo tempio, ad esempio. Adoro gli animali, ma qui mi pareva mancasse tutta la incredibile potenza idealistica che c'è ad esempio nel magnifico L'ultimo dei chiurli che ci tiene attaccati dalla prima all'ultima pagina avendo come unica pecca la mancanza di altre 400 da leggere.
MacFarlane tenta di giustificare questa piattezza: Baker scrisse questo libro per omaggiare il falco pellegrino nel suo ambiente naturale prima che scomparisse per sempre. In realtà l'ambiente si è modificato (leggi: ridotto, drasticamente) ma il falco si è dimostrato astuto adeguandosi alle città e ai sobborghi dove, anzi, ha trovato un ambiente ancora più ideale per proliferare. Le querce svettano, le betulle risplendono, una ghiandaia squittisce spaventando un picchio che batte su un albero, soffia il vento dal mare sulle fronde di un salice, una gazza di colpo gracchia e con la coda dell'occhio Baker vede un falco che prende una cesena e si posa poco oltre, la spenna e la mangia. Fine della puntata (il libro è strutturato a diario, ogni paragrafo - "puntata" - è una giornata in cui Baker esce a osservare il falco). È una bella scena, se fosse una sola scena; invece, tutto il libro è così, identico. Ogni giornata narrata è così. A volte il falco non riesce a prendere niente, a volte semplicemente vola senza cacciare, a volte prende un gabbiano, a volte fugge dai corvi, altre volte fa caccia grossa, a volte fissa e controlla Baker, ma è tutto perennemente così, dalla prima all'ultima riga. Lo fa con una prosa maestosa, sicuramente, ma perché non dare una storia, ad esempio la storia di un singolo falco, come fosse una biografia? Non ci racconta la vita di una "casata", non ci racconta la sua vita spiegandoci come li trova o con cosa li osserva (a un certo punto dice "attraverso la lente del telescopio" e nulla di più), non dà linearità a nulla semplicemente verbalizza ciò che l'occhio vede, con una narrazione curata ed elaborata. Tanti piccoli paragrafi tutti così.
A quel punto ho capito: sbagliavo io. Non è un libro da leggere dall'inizio alla fine, non è una storia, è un volume che va semplicemente appoggiato lì, sul comodino, e ogni tanto preso in mano. A quel punto acquista molto più senso e solo così riusciamo ad entrare nelle pagine, a diventare Baker e andare a fare una passeggiata in campagna con lui. Solo così possiamo cominciare a sentire il fruscio del vento, l'odore del muschio e delle carogne spolpate, il garrulo cinguettio dei passeri, il crepitare della gazza, il frullio delle ali degli stormi che si levano dal prato, il silenzio del bosco, i suoi giochi di ombre, il sussurro di un animale che fugge verso la sua tana. A quel punto ho cominciato a goderlo, ed infatti a fine lettura ho dovuto rivedere e correggere questa recensione perché solitamente le scrivo, prendendo appunti, a lettura in corso.
E' un libro perfetto, se letto correttamente, con la giusta chiave di lettura e interpretativa. Io ho iniziato la lettura in modo sbagliato, pretendendo di "cominciare dall'inizio e proseguire fino alla fine" come dice il Re ad Alice, ma come tutto ciò che c'è "oltre lo specchio" anche la realtà è ben più complessa. Per fortuna mi sono accorto e ho corretto la lettura, adattandomici, e così ho potuto goderlo. Non è come Qui il Sentiero di Perde dove, anche capendo che sono racconti e non un romanzo, anche dopo la rivelazione di questa chiave di lettura rimane una certa delusione generale perché ha svariati difetti. In questo caso solo così si riesce ad apprezzare la potenza di questo libro, con quel meraviglioso finale sebbene identico a tutto il resto del libro, col suo terribilmente disfattista epilogo, quella terribile postfazione che lascia veramente tanto amaro in bocca. È un diario, è un pensiero, è una prosa poetica, è un monologo, è un racconto epico, è un saggio naturalistico, è un immenso canto elegiaco elevato primariamente alla natura (la wilderness) e un po' più in secondo luogo al Falco Pellegrino, apparente protagonista ma in realtà simbolo, feticcio di questa wilderness. Potrebbe essere un qualsiasi altro animale, ma Baker ha scelto questo, tutto qua. Certo, si temeva potesse fare la fine della wilderness, questo predatore possente ma fragile, invece ci ha fregati tutti traslocando nelle nostre città e lì sopravvive, e pure bene, e pure meglio. Ma è la stessa cosa osservarlo in mezzo ai boschi e al loro silenzio, o in mezzo ai palazzi col frastuono delle persone e delle auto? Non c'è da tirare alcun sospiro di sollievo, questa salvezza è come una toppa aggiunta a una camera d'aria dove già ce ne sono altre: prima o poi non ne avremo più a disposizione, e (o) prima o poi una toppa non sarà più sufficiente. Vorrei quasi ricominciare la lettura di questo libro per sfruttare la sapienza ora acquisita ma non avrebbe senso, e sarebbe difficile perché comunque resta una lettura molto faticosa. La scrittura è complessa, come dice la traduttrice "La frase c’era, eppure rimaneva come al di là di un vetro appannato" ed è così per ogni singola frase di questo libro, frasi che descrivono ma non raccontano, frasi che cantano ma senza un ritornello o un coro, frasi che fanno rumore per cantare il silenzio. Meraviglioso.
Grazie a questo libro ho scoperto che i "falchetti" che spesso incrocio sono probabilmente Gheppi, e sono loro a volare in assetto stabile (lo fa anche il Pellegrino, ma questo poi sfreccia ciù ritirando le ali mentre i gheppi planano sbatacchiandole) ogni tanto, li vedo mentre guido tornando a casa sospesi sopra un campo con le ali che sembrano fogli di carta straccia che sbatacchiano al vento, una tecnica chiamata - in modo singolare - a "Spirito Santo": è interessante che si sia dato questo nome a un assetto di volo stazionario il cui scopo è trovare e uccidere una preda, forse è la più corretta interpretazione dello Spirito Santo che piombò sulla Vergine... Saltuariamente trovo degli uccelli morti in giardino, ho sempre incolpato il cane, perennemente affamato. Li trovavo così, aperti e ripuliti, con piume tutt'attorno. Un giorno Betta invece mi dice "Sai che non è il cane? L'ho visto, è uno di quei falchetti" e ho subito pensato a questo libro che da due settimane non toccavo. La notte l'ho preso in mano. E' così che va letto, non sbagliate o rischiate di rovinarvi la lettura e abbandonarlo, perdendo veramente un gioiello di letteratura.
Come ha detto la Buoninconti, quando dio distribuiva la grazia e l'eleganze alle creature, gli uccelli ne fecero incetta. E' così per i loro colori, la loro forma, il loro volo, il loro canto, ma anche per i loro attacchi. Sono meravigliosi.
Vi lascio qualche video, fate caso al rumore dell'impatto nel primo.

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  • Il falco pellegrino (stato: Libro finito Libro molto apprezzato! )
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