lun 06/04/2026 | RSS | Menu

QUI IL SENTIERO SI PERDE

Marty Peské

PREMESSA IMPORTANTE | solo a fine lettura, nell'epilogo degli autori, leggo la chiarificatrice frase "questi tre racconti". A mio avviso meglio chiarire questa cosa subito perché vi permetterà di godere molto di più di questo libro: non è un romanzo, sono tre racconti distinti ed indipendenti. La seguente mia recensione, come ogni altra, è abbozzata a lettura in corso e rifinita nel finale ma è per questo corrotta dal fatto che ero convinto di trovarmi di fronte a un romanzo. Sapendo invece che sono racconti, leggetevi pure tutta la mia recensione ma considerate che a questo punto il mio consiglio è di leggervi solo i primi due, così vi godrete un gran bel libro. Tuttavia, non è sufficiente: a parte il pessimo gusto di dare la chiave di lettura solo alla fine, ma l'unità stilistica e fattuale tra i racconti non si rende ragione dell'essere solo racconti, è come se li tradussero.
Storia romanzata, o solo romanzo finto-storico, dei viaggi di qualcuno, forse dello Zar (ex) Alessandro I? Così viene in parte proposto questo libro, ma la realtà è più complessa. Piccola introduzione: dello Zar si dice che finse la sua morte e passò il resto della sua vita non si sa bene dove, un monaco trovato anni dopo alimentò questa credenza perché gli fu dimostrata una ingiustificatamente eccessiva riverenza sebbene fosse più o meno uno sconosciuto. Trovate info sulla solita Wikipedia riguardo la morte di Alessandro I di Russia e sul misteriooso Fedor Kuzìmic. Nel libro non è detto esplicitamente che il protagonista è lo Zar stesso sebbene sia lasciato quasi intendere, o non si giustificherebbe l'introduzione e alcune cose che accadono in seguito. Il libro è scritto veramente, veramente, veramente maledettamente bene tant'è che si lascia leggere con estrema facilità nonostante non sia una prosa "proletaria". Ha però dei problemi di contenuto.
Tutto scorre meravigliosamente fino a Sarasya poi qualcosa si spezza: quella vicenda dura troppo, troppo lenta, troppo ripetitiva. Si risolve di punto in bianco ma dopo lei arriva Ivan e, tranne la variante della suggerita omosessualità del rapporto, pare ripetersi la stessa situazione. Nel complesso il periodo della schiavitù dura troppe pagine durante le quali fondamentalmente nulla accade. Da lì in poi questo viandante (come si chiama?) pare un'altra persona; se fino a primo poteva essere lo zar ribellatosi al fato e guidato dalla fede in dio, poi cambia fino ad essere letteralmente un'altra persona. C'erano alcuni momenti che facevano pensare fosse effettivamente lo Zar, con questo viandante che si temeva a tratti scoperto, con alcune persone che parevano riconoscerlo, con alcuni comportamenti che lo classificavano come appartenente alla più alta nobiltà e suoi timori spesso inframmezzati da pensieri quasi espliciti, poi però tutto cambia. E non è una mera maturazione, una modifica della persona causata dal viaggio e dal tempo, ma pare proprio un romanzo differente. Questo disinteresse per il destino delle "comparse" mi indispone, questo libro è una specie di apologia egocentrica di questo viandante, un monologo che rappresenta solo la celebrazione delle sue gesta, spaccone e spocchioso, a scapito di Sarasya, Ivan, Maluzia, il cercatore d'oro, lo Zar stesso tutti gettati nel dimenticatoio; Maluzia è quella che più mi fa pena, quale fosse il suo segreto non lo sapremo mai, perché si innamorò di lui non lo sapremo mai, se-dove-quando-come morì non lo sapremo mai. È ingiusto, per noi lettori e per la memoria di questa povera (o furba?) zingara. Proprio tra gli zingari si completa la metamorfosi di questo ignoto personaggio: fino a prima sapevamo che non era giovane, l'avevano pure chiamato "vecchio" con Sarasya, ma ora sembra un ragazzetto e, soprattutto, nessuno gli dice vecchio come prima accadeva, e i rimandi allo Zar scompaiono del tutto. A proposito, quanti anni passano? Non si capisce, saltuariamente vi sono accenni ma non c'è spessore temporale in questo libro, manca del tutto il peso del tempo che scorre inesorabile e questo perché manca unicità e linearità del "protagonista" il che spezza la sua identità e quindi anche il tempo che passa tra le pagine. Prima si insisteva sul suo portamento e la cultura sospettando un tacito legame col suo passato ignoto e la figura dello Zar, poi basta ma non perché sia cambiato, com'è probabile, semplicemente perché l'autore non lo dice più. È un tipo di cesura troppo radicale che non può essere giustificata solo dal tempo passato ma rimane, sfortunatamente, stilistica. Un'altra nota di demerito sono i frequentissimi sogni, o allucinazioni, che si ripresentano sempre così poco credibili a volte a distanza di uno due pagine e spesso troppo ripetitivi. Come effetto scenico è bello ma così è sopravvalutato e porta alla ripetitività (leggasi "noia"). Si perde anche tutto l'eventuale valore "geografico" del libro, i viaggi del pellegrino ci dicono ben poco dei paesi che attraverso e, man mano che il libro avanza, lo fanno pure sempre meno, diciamo che Samarcanda (fondamentalmente la prima tappa) è l'unica che realmente può darci qualche emozione a livello di narrativa di viaggio sebbene in maniera piuttosto opaca, in realtà si può dire che a livello di "avventura" ce ne sia ben poca. Si arriva all'ultima sezione, "Il Mendicante di Dio", pieni di attese per le tante domande irrisolte lasciate in quasi 300 pagine ed a sorpresa cambia tutto, non c'è traccia di quanto successo prima, il destino di Maluzia con cui si chiudeva l'ultima riga della sezione precedente rimane ignoto e scompare pure il suo ricordo, cambia l'ambientazione, cambia la narrazione, e sembra cambiato anche il nostro eroe viandante, un'altra persona e comincia una lunga fase di dissertazioni sul buddismo; persino quando rivanga il suo passato, in questo capitolo, non cita Sarasya, Ivan o Maluzia quasi non fossero mai esistiti, è a tutti gli effetti un'altra persona. Pare qui in tutto e per tutto un racconto a sé stante, slegato completamente dalla narrazione fin lì giunta e che già lasciava amaro in bocca per la mancanza di linearità tematica. Cos'è successo? Non lo sappiamo, né abbiamo risposta ad infinite questioni lasciate aperte nella storia. Continui pellegrinaggi senza meta e senza legame storico uno con l'altro, ispirati da visioni o allucinazioni divine con monologhi interiori pieni di pia fede che quasi sempre giustifica le azioni di questo multipersonale viandante tra suoi universi paralleli, vicissitudini senza senso, abbandoni omicidi e malefatte in nome di non si sa che cosa, una prospettiva che pagina dopo pagina cambia fino a non farci più capire se stiamo leggendo lo stesso libro che iniziava con una festa della nobiltà russa, non si capisce assolutamente niente di niente per 450 magnifiche, bellissime pagine.
In effetti è un romanzo scritto da due persone (Peské e suo marito Marty), forse che qui giace il segreto di questa mancanza di linearità della storia e del protagonista?
Rimane un bel libro e una bella narrazione ma più che un romanzo sembrano racconti uniti da un'ambientazione comune. Mai mi era successo di trovare dei difetti, e tanti, ma nel complesso salvati in extremis da una bella storia - anzi, belle storie e così ben narrate. È una narrazione che avvinghia riga per riga, pagina per pagina, ma a livello tematico questa non linearità lascia perplessi e rende la lettura un po' inappagante e laboriosa, difficile perché continuamente dobbiamo quasi fare uno sforzo per dimenticarci cos'è successo fino a prima perché non c'entra nulla con ciò che sta accadendo nel punto preciso in cui siamo arrivati alla lettura.
Mancano le note, soprattutto quelle per i termini stranieri: cos'è, ad esempio, un tarantàs? Cos'è un ghetzul? E un gylong? Non facciamone una colpa pesante ad Adelphi, però, questa casa editrice continua a sfornare libri bellissimi in uno stile semplice, con una buona carta, una buona tipografia e priva di errori o refusi, questa qualità generale paragonata ad altre case dovrebbe lievitarne il prezzo al doppio.
Per concludere, come lo giudico? Bo. Non so. Non saprei se dargli 2, 3, 4 o 5 stelle o persino mettergli la spunta per farlo finire tra i miei migliori. Diciamo che questa proprio non se la merita, non lascia molto in noi a fine lettura, non c'è una morale, non ci sono citazioni emblematiche, non ci restano visioni di panorami, ci sono romanzetti tascabile che hanno momenti molto più belli. Inoltre, l'ultimo capitolo è prolisso e noioso con tutte quelle dissertazioni sul buddismo, allo stesso tempo totalmente slegato dal resto del romanzo; è come se uno vi dicesse "E' un libro che parla di un tizio che prende e molla tutto e parte per il mondo da Samarcanda verso l'Oriente, ora scrivi un capitolo come vuoi tu" senza darvi altre informazioni definite su cosa già era stato narrato. Non andrò a fare ricerche per capire cos'è successo, se è incompiuto, se è effettivamente stato scritto a metà invece che in cooperazione, se raccoglie diversi racconti poi uniti alla meno peggio, non mi interessa; so che dei due Pierre Marty era quello interessato alle filosofie orientali e che Antoniette Peské disse che questo romanzo (rispetto ad altri, scritti sempre in coppia) era quello dove la sua mano era più presente quindi può essere proprio che "Il Mendicante di Dio" l'avesse affidato al marito facendogli un sunto di quanto è successo. È una possibilità, ma non sono molto interessato alla ricostruzione storia di un romanzo, non sono un letterato e ancor meno uno storico. Io amo i romanzi in sé e per sé, il resto non conta. Non mi interessa chi li scrive, perché, come, a meno che la cosa non chiarisca alcuni aspetti del romanzo stesso. Se Göring avesse scritto un bel romanzo, lo leggerei.
È un libro che se lo comprate lo leggete con piacere, molto piacere, ma se non lo comprate non vi perdete nulla. Meditiamo anche sul fatto che questo libro è stato pubblicato nel 1955: lascia di stucco perché all'interno troviamo amore, sesso di ogni tipo anche violento, omosessualità, violenza, fino ad arrivare al cannibalismo. E' un libro che sembra fingersi romanzo di formazione ma dal quale non imparerete nulla, ma perché dai libri bisognerebbe sempre imparare qualcosa? Non so proprio cosa dire, l'ho letto con grande piacere e divorando le pagine spesso restando sveglio fino a notte fonda, e alla fine mi è rimasta una bella lettura ma tanto amaro in bocca. Del resto riflette il suo stesso titolo, perché leggendolo dovrete fare i conti col fatto che il sentiero della narrazione si perde, spesso; praticamente ad ogni capitolo. Nell'ultimo si perde del tutto, ad ogni paragrafo ed è di una assurdità totale, rovina tutto ciò che di buono c'era stato prima. Volete leggere qualcosa di nuovo? Affrontatelo, all'inizio vi appassionerà e nel resto vi piacerà la narrazione. Non vi fidate? Lasciate perdere, non perdete nulla, ma un libro in più e inaspettato è sempre bello.

Tutti i libri di Marty Peské

  • Qui il sentiero si perde (stato: Libro finito )
  • Totale libri: 1
  • Non sai cosa leggere? Prova con un libro a caso

    NOTA BENE | le recensioni di libri qui presentate sono esclusivamente frutto del mio gusto personale che inoltre è anche contestualizzato al periodo in cui mi trovo a leggere quel determinato libro. Ciò che io dico potrebbe non andare bene per voi, il mio consiglio è di leggere anche altre recensioni online, ma allo stesso tempo di lasciarvi ispirare dalla sensazione ingiustificata che il nome di un autore, il titolo di un libro, una copertina, ciò che ne dici la quarta, la fedeltà a una casa editrice o il consiglio di un libraio possono suscitarvi. E' così che io perlopiù scelgo un libro. Per quanto riguarda i voti si consideri che bene o male un libro brutto è sempre meglio che una bella serie in tv, perché i libri avranno sempre una cosa in più: tacciono. Per il resto vale quanto già detto in altre parte del sito: è mio, ci scrivo io, quello che voglio io, internet è grande e troverete altri siti che vi aggradano.

    Ultimi 5 post dal blog riguardo a LIBRI

    Ho abbandonato Kobo: Recensione Kindle Paperwhite 12a generazione
    Trucchi per ebook Kindle
    Esportare le annotazioni da un ebook Kobo
    Recensione ebook reader Kobo Libra 2 e confronto con Kobo Aura
    Aggiungere un client cloud con sincronizzazione automatica all'ebook Kobo
    Leggi tutti i post nella categoria LIBRI del blog



    © il sommo Bostro-X - www.BOSTRO.net

    Questo sito l'ho realizzato io e quindi è proprietà intellettuale mia e non ne concedo alcuna autorizzazione.
    La fruzione del sito sottintende l'accettazione della Privacy Policy e delle Condizioni d'Uso
    CONTATTI: info[at]bostro[dot]net

    Aggiornamenti via feed RSS | Torna in cima