Isaac Bashevis Singer, La famiglia Moskat

ISAAC BASHEVIS SINGER

La famiglia Moskat

Stato lettura: LIBRO CONCLUSO IL 11/02/2019

Recensione

La famiglia del vecchio patriarca Meshulam Moskat attraversa gli anni che dall'inizio del Novecento scendono fino alla seconda guerra mondiale e alla "soluzione finale" messa in atto dal regime nazista. Ma il vero protagonista di questo possente romanzo è l'Ostjudentum, la società ebraico-orientale - in particolare quella di Varsavia - con la sua complessa e densa cultura. Nel racconto di Singer la ricchezza immensa di quella civiltà rivive, con minuzia realistica e visionaria, col respiro delle vicende private e il soffio della storia. Magistrale affresco di un periodo cruciale della storia europea, "La famiglia Moskat" è una delle più alte testimonianze di quel mondo che scomparve tra gli orrori dell'Olocausto.
Si badi che esiste anche un Capitolo Finale che era stato escluso dalle edizioni successive all'originale in lingua Yiddish: sono un trentina di pagina,si trova come libro a parte grazie all'impegno di Erri di Luca che ne ha curato la traduzione e la pubblicazione. Io ho letto anche quello, ma non lo pubblico come libro a se stante, si veda cosa ne dico dopo.
Isaac Bashevis Singer era fratello di Israel Joshua Singer che scrisse La Famiglia Karnowski

Giudizio

Voto:
Un mattone di quasi 700 pagine che a tratti può sembrare pesante e caotico ma la realtà è che si tratta di una lettura estremamente complessa. Differentemente dal fratello (col quale il paragone viene istintivo anche se sbagliato), Isaac delinea una stirpe, più che una sola famiglia; il nucleo centrale rimane il vecchio Reb Meshulem Moskat poiché lui è l'idea archetipica dell'ebreo chassidim nella Polonia precedente alle guerre mondiali, ovvero si impone non più come uomo, ma come simbolo, segno, della società ebraica in lingua Yiddish. I tratti di Reb Meshulam sono i tratti che troveremo in ciascun altro personaggio, sempre in apparente deterioramento. Isaac è sicuramente in parte anche critico nei confronti di questi ebrei perché sicuramente hanno contribuito in parte, seppure indirettamente, a fomentare l'odio. I loro costumi strani, l'essere intransigenti con certe abitudini formate sia dai dettami della religione sia dagli stili di vita di quella cultura, e soprattutto le ricchezze che peraltro, come si può notare, erano da un lato frutto di laboriosità continua e maniacale, dall'altro erano spesso una leggenda. Non abbiamo anche noi interesse solo per chi vince alla lotteria, e non ci curiamo di tutti quelli che regolarmente giocano e perdono? Abbiamo il viveur, abbiamo l'ortodosso religioso, abbiamo l'ortodosso religioso delle correnti moderne, abbiamo lo studioso, il commerciante, e il filosofo. Come donne, stessa cosa: abbiamo la donna di casa, la moglie, l'amante, la depravata, la passionale, la sentimentale, la cinica. Tutto è questo è tratteggiato con le guerre sempre non protagoniste, ma sulla sfondo. La prima guerra mondiale all'inizio con le peregrinazioni di Asa Heshel, la seconda della quale vediamo solo lo scoppio e poi il libro finisce con l'identità fra Messìa e Morte, cosa in realtà poi modificata ai nostri occhi leggendo anche il capitolo conclusivo che esisteva solo nell'edizione originale in Yiddish.
E' strano che quando l'editore disse "Stampiamola in inglese, ma è da ridurre" ciò che Isaac tolse furono in sostanza solo la trentina di pagine finali e ciò che rimase fu la stessa parola "Messìa" a chiudere il libro ma in un'accezione totalmente contraria.
Dell'Olocausto non c'è parola nel libro: finisce prima. L'olocausto tra zingari, ritardati, finocchi, ebrei uccise milioni e milioni di persone ma gli ebrei tendono a risaltare di più. Tutti i fascistelli di oggi prendono questo fatto come "la prova" che è tutto esagerato, ma la questione è all'interno degli stessi ideali che difendono: lo sterminio degli ebrei è stato quello principale nelle stesse intenzioni di chi attuò quello sterminio. La popolazione ebraica era la più numerosa e la più ricca, nonché la più odiata. Ma la popolazione ebraica europea parlava, perlopiù, Yiddish, ed Isaac Singer scriveva in Yiddish. La chiusura del libro prima dell'olocausto è forse il silenzio dell'Yiddish nei confronti di questa devastazione poiché l'Yiddish fu zittito a forza. O si tentò. Quando ricevette il Nobel, Isaac B. Singer disse "L'Yiddish non ha ancora detto la sua ultima parola", e sicuramente non si riferiva solo al libro, ma a tutti quelli che questa utlima parola l'hanno pronunciata nei campi di concentramento e di essa non restò memoria.
Il libro è inoltre molto complesso perché ci sono degli strani Leitmotiv che non saprei neanche se sono lì per caso, ma non penso. Asa Heshel ha ad un certo punto le stesse sensazioni al cuore che aveva Abram i primi tempi che lo conobbe. Saltuariamente qualcuno, salendo su un droshky o un tram, prende una botta al ginocchio, e questi sono Abram Hadassah e Asa Heshel, e non può essere un caso che siano loro tre. Altri sono la luce di una candela in un particolare momento, ma comprendere bene questo libro necessiterebbe anche di studi della religione ebraica e ancora di più di quella chassidica. Rispetto al libro del fratello, nel quale ci sono alcuni momenti divertenti, qui di divertente c'è solo il personaggio di Abram che però è un divertente perturbante perché si attua come una reazione alla coscienza dell'ineluttabilità dello sfacelo del suo mondo, le sue risa e le sue uscite sono sempre inframmezzate da fitte al cuore e da continui e imbattibili momenti di solitudine.
Non sono comunque cose fondamentali. Ciò che è fondamentale, di questo libro, è leggerlo.

P.S.: un consiglio che vi do è di tenere un foglio di carta e una penna a portata di mano per segnarvi i nomi e i rapporti di parentela già dall'inizio, perché sarà subito un problema riuscire a districarsi nella vasta e varia progenie del vecchio Moskat.
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