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LA LUCE MORENTE

George R. R. Martin

Il titolo originale è "Dying of the light" ed è tratto da una poesia di Dylan Thomas; non traducibile perfettamente in italiano (l'inglese in questi casi di gerundio è veramente imbattibile), "la morte della luce" suona malissimo mentre "la luce morente" rende il senso ma perde in poesia, "dying of the light" è un'espressione meravigliosa ma del resto è poesia che di per sé è intraducibile se non per rendere il senso ma perdendo la forma. La poesia è così, non oso pensare di leggere Leopardi in qualsiasi altra lingua che il magnifico italiano e se provate a leggerlo - ad esempio - in inglese vi verrà da piangere. Comunque, il libro rende onore al magnifico titolo, inizialmente ero titubante poiché non sono un amante delle ricostruzioni linguistiche di culture aliene nella fantascienza ma qua parliamo di una scrittura usata in maniera sublime e non serve dover continuamente rivolgersi al glossario se non per chiarimenti fini a se stessi poiché il ritmo della narrazione e le evocazioni di fine dei tempi riescono a colmare ogni dubbio. Martin è fantastico per come riesce a rendere bene l'immane senso di desolazione di un pianeta al suo declino e contemporaneamente ad usare termini inesistenti "alieni" per rafforzare tale scenario, questo Worlorn la cui momentanea perché acquisita rotazione attorno al sistema stellare multiplo è ormai alla sua fine e l'effetto di fionda gravitazionale sta per gettarlo nuovamente nelle profondità dello spazio, probabilmente nel buio oltre le ultime propaggini della nostra Galassia, mentre il gelo dello spazio fisserà forse per sempre i resti delle città costruite per un momento di gloria umana - il Festival - e ormai già abbandonate. Mentre leggete riuscite di continuo ad immaginarvi questo orizzonte di decadenza totale e vi farà montare un'angoscia ed un senso di solitudine allucinanti come solo la grande fantascienza riesce a fare. Città abbandonate con strade vuote ancora illuminate, ristoranti gestiti da intelligenze artificiali che continuano ad apparecchiare i tavoli dove nessuno siede da anni, palazzi pieni di musica ormai inutili ad alcuno, porticcioli pronti a battute di pesca dove nessun passo risuona e risuonerà più, il giorno velato da una luce crepuscolare poiché il "sole" Grasso Satana è ormai troppo lontano e le notti scure quasi prive di stelle e angosciatamente silenziose.
Un altro tema ugualmente importante quanto sconsolante è la difficoltà - quasi impossibilità - di comprensione interculturale che viene messa come sfondo ma è protagonista della storia, fondando i problemi relazionali tra Gwen e Jann, tra Jann e i suoi connazionali ("conpianetari"?), tra i Kavalar e gli altri umani (i "falsi-uomini"): sebbene tutte le culture presentate siamo comunque umane ovvero non essendoci alieni se non animali, ciascuna è forgiata dal proprio mondo e dalla enorme separazione tra i propri sistemi solari e, esseri umani o meno, si può ben parlare a tutti gli effetti di razze aliene tanto che ricorda il detto di Wittgenstein "anche se un leone potesse parlare, noi non potremmo capirlo". Le parole non sono l'unico elemento del linguaggio e la difficoltà di comprensione tra le varie culture presentate ne sono la prova. I Kavalar - la cui cultura praticamente predomina nella vicenda - sono dannatamente realistici e Martin non è caduto nel problema di faciloneria di molta fantascienza dove gli alieni violenti sono rappresentati come dei primitivi e pure un po' deficienti (come del resto gli alieni di società avanzate/progredite sembrano quasi sempre dei santoni eremiti idioti): mi vengono in mente i Klingon di Star Trek, che nella serie TV infatti sono presentati come dei primitivi semi-imbecilli e violenti e solo la "libertaria" cultura umana riesce debolmente e migliorarne alcuni individui. I Kavalar sono resi molto bene e sono così credibili perché realistici, non dimentichiamo che come loro ci siamo comportati noi (fino a ieri, quindi, nel complesso, ci stiamo tuttora comportando) nonostante tutta la nostra sbandierata cultura: se pensiamo agli africani e la tratta degli schiavi, se pensiamo all'Apartheid in Sud-Africa, ai tanto sbandierati Indiani d'America così cari al becero anti-americanismo, agli aborigeni australiani, agli Ebrei e all'Olocausto, alla Russia di Stalin ad esempio con l'Holodomor, gli esempi sono tantissimi e alcuni risalenti a pochi anni fa, i sopravvissuti sono qui a ricordarlo e a ricordarci (sfortunatamente inutilmente) che queste cose non sono superate poiché le ultime sono successe da troppo poche per poter dire "mai più". I Kavalar infatti Martin li presenta come razionali, moderni, intelligenti, non hanno tratti di perversione palese se non per il fatto che la loro cultura ha differenti sfaccettature per la parola "umano". Nel mezzo, ovviamente, c'è sempre qualche motivo religioso o proto-religioso come del resto è sempre accaduto anche qui, sulla nostra attuale e vera Terra.
Insomma, è un libro che mi è piaciuto, che può non piacere, ma che indubbiamente è costruito con tanta tanta intelligenza.

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  • Le torri di cenere (stato: Libro finito )
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