Ma che gran bel libro. Piccolo, forse un po' troppo, abbellito con acquerelli molto simpatici sebbene inutili, con copertina rigida per farne un volume bello anche in libreria. La scrittura ricorda quel misto di poetica scientificità che avevo già incontrato nel meraviglioso
Senza Confini di Francesca Buoninconti. L'autore, scienziato botanico, a partire da alcune piante descritte anche a livello tecnico ma senza esagerare, ci narra come le piante sappiano spostarsi nel mondo: parla di piante che attraversano i mari per raggiungere isole neonate o che sfuggono dai giardini botanici per imperversare nel nostro mondo, le cosiddette "invasive" ma che lui adora proprio per questa loro forza, questa - come va di moda - resilienza. Perché le piante
«non sono affatto immobili, si muovo molto ma con tempi più lunghi. Quello che le piante non possono fare non è muoversi, ma spostarsi
. L'aggettivo che le definisce, infatti, non dovrebbe essere immobili, ma sessili o, se preferite, radicate. Un organismo sessile non può spostarsi dal luogo in cui è nato, ma può muoversi come e quanto più gli aggrada. Ciascuno di noi può rendersene conto dando un'occhiata alle migliaia di filmati accelerati che si trovano ormai dappertutto in rete».
Finalmente qualcuno che non aborre l'
invasivo, finalmente qualcuno che non atterrisce di fronte all'
alloctono ma riconosce in ciò non solo il normale svolgimento della vita, ma la sua caratteristica peculiare. L'invasività è ciò che ha creato il mondo e la vita, non c'è che la minaccia, e l'alloctono (ovviamente, con tutti i "se" che necessitano) è ciò che deriva direttamente dall'evoluzione darwiniana. Da pescatore ho sempre pensato che l'ossessione del ETPI per la trota marmorata sia eccessiva. L'invasività è ciò che ci ha permesso di uscire dall'Africa e arrivare in Australia e all'Isola di Pasqua, è ciò che ha permesso all'orso di arrivare nell'Artide, indicarla come qualcosa di negativo senza se e senza ma è assolutamente antiscientifico.
Scoprire che il giacinto d'acqua è in grado di bloccare le centrali elettriche e che è riuscito a porre definitivamente la parola fine ai battelli sul Mississippi ("the million dollars weed") emoziona come Armstrong che scende sulla Luna perché è un successo della vita, non una sua minaccia.
Mi fa sempre impressione sentire quelli che dicono che l'inquinamento può distruggere il mondo: distrugge il
mondo-per-gli-umani ma non
tutto il mondo, dopo di noi resterebbero comunque piante e animali ancora più in abbondanza, come appunto (leggiamo nel libro) nella zona di alienazione attorno a Chernobyl la natura non solo è sopravvissuta, ma ha prosperato, animali e piante sono aumentati in maniera inaspettata.
Gli acquerelli disegnati sono molto carini ma privi di alcun significato, perché non fare invece acquerelli delle piante trattate nei vari capitoli? Invece sono simpatiche mere decorazioni senza senso e incomprensibili, privi pure di didascalie che possano dire perché sono presenti e dargli una qualche giustificazione (
cliccate qui per un esempio). Inoltre la rilegatura è piuttosto stretta e si fa fatica a tenere aperte le pagine a meno di non forzarle cosa che però non ho fatto per paura di rovinarlo.
Tolto ciò, che sono meri dettagli, a livello contenutistico è un libro divertente e profondo e le digressioni sulla meraviglia dell'invasività lo rendono un libro assolutamente da leggere. Sono tuttavia titubante e valuterò in seguito se si merita l'inclusione tra i miei
libri migliori e ogni suo difetti gira attorno agli acquerelli: sono presenti senza alcun utilità e, diciamocelo, sono carini ma nulla più; così facendo, rubano spazio al libro che avrebbe potuto avere alcune pagine in più; mancando qualche pagina, manca qualche approfondimento, ad esempio l'età dell'albero del Teneré, o la questione del luogo natìo della palma da cocco; trattando poche piante, la mancanza di loro raffigurazioni (acquerelli, o ancora meglio foto) obbliga a interrompere continuamente la lettura per cercarne sul web.
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