Dall'introduzione dell'edizione Einaudi: «Una famiglia americana, gli Hildebrandt, all'inizio dei tumultuosi anni Settanta: un microcosmo di sogni, paure, rivalità e sensi di colpa. Da una parte l'imperativo antico della legge morale, dall'altra la vita degli esseri umani, emozionante, spaventosa e ingovernabile. Ancora una volta, con l'ironia e l'empatia che sono la cifra della sua letteratura, Jonathan Franzen racconta una storia unica e insieme universale, sullo sfondo di un paese che non ha mai smesso di rifondare i propri miti».
New Prospect, zona Chicago, primi anni '70: Russ, il pastore di una chiesa locale, si trova di colpo messo alla prova riguardo la fedeltà a sua moglie quando una giovane parrocchiana ritorna a New Prospect dopo essere appena diventata vedova. Il romanzo, come altri romanzi moderni, ha un inizio difficile poiché è come se mancassero una cinquantina di pagine iniziali: cominciamo a leggere scoprendo gli
effetti di qualcosa che è già accaduto e la difficoltà è farsi un quadro completo degli intrecci relazionali che ci vengono subito spiattellati in righe fitte e vicende intricate. L'inizio è dunque complesso, ma quando l'ho iniziato non mi illudevo: Franzen è uno scrittore difficile, la sua prosa apparentemente neutra è ricca e le profondità psicologiche ed emotive dei protagonisti ci vengono messe davanti senza tante spiegazioni, spesso le deriviamo da piccoli accenni o brevi discorsi, piccole cose come ad esempio l'LP di Robert Johnson verso cui si fissa Russ per farsi bello con la giovane Francis, un atto di infedeltà cui la canzone Crossroads di Johnson sembra una degna colonna sono perché Russ sta vacillando nel cedere l'anima al demonio! Crossroad è anche il nome dell'associazione giovanile della parrocchia, gestita però da padre Rick Ambrose in perenne diatriba con Russ e lo estromise dall'associazione pure in malo modo, ma nella quale si iscrivono i suoi figli e il figlio di Francis. Questo romanzo è un vero crocicchio di problemi relazionali dove tutti si incrociano ma nessuno vorrebbe consciamente incrociarsi, mentre inconsciamente è come se lo cercassero con avidità, ma un crocicchio è formato da strade che continuano senza fermarsi, senza risolvere nulla. Gli Hildebrandt sbagliano tutti gli incroci, si girano attorno senza trovarsi, fanno scelte che li perdono, ogni errore è isterico.
I protagonisti comunque sono, a parte Rick Ambrose e Francis, tutti gli appartenenti alla famiglia Hildebrandt: Russ e Marion Hildebrandt e i loro quattro figli, Clem, Becky, Perry e Judson. In teoria questo è il primo romanzo di una trilogia, "Una chiave per ogni mitologia" (A key to all mythologies) che seguirà la famiglia Hildebrandt fino all'oggi, ma i seguenti due libri per ora non esistono ancora.
Il romanzo è "corale" ovvero ogni capitolo è dedicato a un membro della famiglia Hildebrandt, genitori e figli. Tranne Judson: lui non ha voce se non per ciò che ne riportano gli altri e la sensazione è che sia un fantasma, che quando gli altri ne parlano sia in realtà la voce dell'orsacchiotto che il bambino dice di sentire. Judson è mistero.
Non sono capitoli narrati in prima persona, sono sempre in terza persona (esempio il capitolo di Russ non dice "Io pensai che" ma "Russ pensò che") ma seguono i pensieri e le vicende dell'individuo. Questo permette da un lato di seguirne i pensieri, i dubbi, le debolezze, la psicologia, dall'altro di evidenziarne le difficoltà e le varie sfaccettature. Ci mostra così non solo chi una persona dice di essere, pensa di essere, ma anche (negli altri capitoli) ciò che viene percepito dagli altri. Clem, ad esempio, compare tardi e nei capitoli precedenti ci viene presentato come un ragazzo buono, buonissimo, ma quando giungiamo al suo capitolo scopriamo che non è proprio così, più che altro è una persona che
vuole essere buona, che si sforza di fare scelte eticamente indiscutibili. Tuttavia, un romanzo corale spezza la narrazione, veniamo sbattuti da un personaggio all'altro e la linearità delle vicende si sgretola ed è una tecnica che non mi piace più di tanto. Sebbene questo sia un mio giudizio personale, indubbiamente a livello oggettivo rende la lettura complessa.
In
questo sito web trovate un'analisi di questo libro di Franzen; non mi piace molto il tono che come spesso accade nei salotti italiani su Franzen, quasi gioiscono alla sua critica di molti valori dell'ideale americano (lasciamoli a lui che è americano, e noi pensiamo alle nostre rogne che sono già tante) però mi ha dato da pensare una citazione da un giornalista che non parlava di Franzen ma di comunità religiose americane in genere: «
Le persone dicono spesso: "non credere nella religione, credi in Dio". Io penso che sia il contrario, credo nella religione ma non in Dio». E' una citazione che calza a pennello per fare un'analisi del ruolo della religione in questo romanzo. L'autore del sito ci dà anche un'altra ottima chiave per capire Franzen: «
Come tutti i personaggi di Franzen, appaiono normali solo per qualche istante». E' così, ma sarei anche più radicale: quando all'inizio dicevo che Franzen dà sempre l'idea di far cominciare un romanzo togliendone le prime 50 pagine, è proprio questo il punto ovvero in quelle pagine teoricamente mancanti sta la normalità di queste persone e noi la intuiamo di riflesso, come un lontano ricordo mentre le incontriamo quando già la normalità è crollata, nel momento del loro dubbio, del loro crollo, dell'inizio della loro ricerca di una "correzione". Emerge pian piano, dobbiamo ricostruirlo a partire dalle voci corali, ad esempio l'espulsione di Russ da Crossroads la scopriamo più avanti ma dalle prime del romanzo scopriamo che Rick gli aveva causato l'Umiliazione che ci viene quindi subito nominata ma senza dirci cos'è. Sempre da quel sito riporto i temi ricorrenti, secondo l'autore, di Franzen: «
la competizione, la ricerca malata e autodistruttiva della felicità, l’irraggiungibilità dell’ideale di purezza trasmesso dalla cultura statunitense». Giusto, condivido, ma a mio avviso è nel suo
Le Correzioni, proprio nel concetto di "correzione" così ad ampio raggio che si trova la chiave di Franzen: una correzione sempre desiderata ma cercata male, perlopiù irraggiungibile e spesso perché ripudiata nel momento in cui più è a portata di mano, una correzione a un errore occasionale o a una vita gettata via, a un errore irreparabile o a un evento subito quasi invocato, una correzione richiesta a Dio sapendo che non farà nulla ma impossibile a trovarla in se stessi. In questo romanzo però è una correzione vista in negativo perché tutti sbagliano e proprio nella ricerca di rimedi: per questo di Crossroads mi pare si possa dire che il tema siano le
s-correzioni.
Il fatto che sia un romanzo corale, il fatto che è molto lungo, il fatto che è un continuo errore esistenziale, ossessivamente di scelte errate, il fatto che lasci aperte molte questioni non mi ha permesso di apprezzarlo completamente.
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