«Il giapponese intende le arti come metodi particolari di formazione che permettono di cogliere la bellezza dell'esistenza, quella bellezza che supera ogni comprensione razionale, ogni significato utilitaristico, e che è il mistero stesso. In questo senso lo Zen è strettamente imparentato con tutte le arti: con la pittura, la cerimonia del tè, l'ikebana, il kendo, il tiro con l'arco. In Giappone non si studia un'arte per amore dell'arte, ma per ricevere l'illuminazione spirituale che essa può donare. Se l'arte si limita alla dimensione esteriore, se non conduce a ciò che è più profondo e più essenziale, in altre parole se non diventa una forma di spiritualità, il giapponese non la riterrà degna di studio. Arte e religione sono intimamente unite nella storia della cultura giapponese. L'arte di disporre i fiori [l'Ikebana - nota di Bostro] non è un'arte nel senso proprio del termine, ma è l'espressione di una concezione della vita molto più profonda. I fiori devono essere disposti in modo da suscitare la visione dei gigli dei campi di cui si dice che Salomone in tutta la sua gloria non poteva uguagliare lo splendore» - Dalla prefazione di Daisetz T. Suzuki.
Tutto bello e magnifico, nella teoria. Come si sa per i giapponesi nutro rispetto di pari passi col sospetto, a mio avviso di un giapponese non ci si potrà mai pienamente fidare perché hanno una mentalità "religiosa" a livello strutturale, e intendo con religione un insieme di concetti non materialmente giustificati ed assunti per principio, per fede, per scelta personale, i quali influiscono su ogni ambito della vita. Come un mussulmano concentra tutta la sua vita su Allah e il profeta, ed è capace di essere gentile simpatico e intelligente e subito dopo aprirti la gola da parte a parte, così un giapponese è capace di creare arte disponendo i fiori, preparando il tè, scrivendo di Bushido, camminando tra i ciliegi e poi fare il massacro di Nanchino o il vile Pearl Harbour. Ciò non toglie che la delicatezza della cerimonia del tè, la pratica silenziosa e intellettuale del Go, la perfezione di sintesi geometrica dell'Ikebana, siano espressione di una finezza artistica estrema, inconcepibile per il frenetico uomo occidentale. L'ikebana l'ho scoperto un po' di anni fa e mi affascina tantissimo, mi piacerebbe avere tempo da dedicarci sebbene di fiori e giardinaggio non mi interessi nulla se non per quanto riguarda un albero che faccia dei frutti o il basilico da mettere sulla pizza e sulla pasta. L'ikebana però è diverso, il fiore, o la pianta, o il rametto, perdono quasi di significato tanto enorme diventa il significato dell'intera costruzione. La Herrigel mi dà ragione, del resto, quando dice che l'Ikebana non è propriamente una pratica ma una forma di spiritualità e che ciò che è più importante nell'Ikebana è il rito: il rito è il fondamento di ogni cosa che i giapponesi fanno, e pure suo marito nel famoso
"Lo zen e l'arte del tiro con l'arco" attesta che per i giapponesi quello non è uno sport, ma un rito. Ma qui già possiamo trovare una incongruenza, perché l'artificiosità dell'Ikebana viene invece richiamata come qualcosa che segue la natura stessa del fiore (della pianta). Com'è possibile?
Per evidenziare la discrepanza tra la spiritualità giapponese e la realtà vi sottopongo questo insegnamento del suo maestro che la Herrigel riporta nel libro:
«I fiori vanno trattati con tenerezza. A un fiore bisogna chiedere solo ciò che è conforme alla sua natura». E' paradigmatico e curioso, perché l'ikebana si basa sulla privazione delle radici del fiore, foglie e rami degli elementi decorativi vengono sfoltiti a volontà, la creazione è a discrezione dell'artista e non più della pianta in sé, non dei fiori e rami e foglie utilizzati che a tutti gli effetti sono meri mezzi per creare composizioni artificiali secondo "il cuore" dell'artista. Si usa il fiore per farlo diventare tutt'altro. Sono costruzioni bellissime, sia chiaro, e i principi che le regolano sono validi perché se guardate una composizione di un maestro e una di quelle ciofeche che si trovano sul web fatte dalla single influencer di turno, le differenze sono abissali. Tuttavia questa natura artificiale dell'Ikebana spacciata per "natura propria del fiore" rispecchia le tipiche contraddizioni del Giappone di cui parlavo e parlo sempre, e in cui l'occidentale vede spiritualità ma a ben guardare è la spiritualità dell'uomo padrone e misura di ogni cosa. Il giapponese è antropocentrico in maniera totalitaria, e per "antropo-" si badi che il giapponese non intende gli uomini, ma solo i giapponesi.
È per questo che dico che dei giapponesi occorre diffidare. La signora che mette delle peonie in un vaso in terrazzo per loro è l'opposto dell'Ikebana, ma in realtà è proprio quella signora a rispettare la natura del fiore e a trattarlo con tenerezza. L'ikebana invece, letteralmente lo violenta.
Ho un dubbio, però, su quanto raccontato. Possibile che la Herrigel, presentatasi come un'eccezione occidentale perché è certificata Ikebanista (o come si dice) possa aver fatto tutto ciò
senza parlare giapponese, come attesta lei stessa nelle prime pagine? Per rispondere, va inquadrata bene la cosa: gli Herrigel vissero in Giappone cinque anni, dal '24 al '29. E' il periodo dell'alba del Nazismo e sia chiaro che i due ebbero nei confronti del regime hitleriano un approccio piuttosto parallelo e accondiscendente. Non ho approfondito molto l'argomento se non per un articolo trovato sul web dove si attesta chiaramente l'appoggio al Nazismo da fonti successivamente ritrovate, ad esempio che Eugen Herrigel scrisse agli uomini al fronte un saggio sul Bushido, la "filosofia" giapponese del samurai, quel Bushido che
creò e giustificò i massacri giapponesi, non solo durante la Seconda Guerra Mondiale ma ben prima. Probabilmente, più che un merito della Herrigel, la sua accettazione nel mondo dei maestri dell'Ikebana (e del marito nei mondo del kyudo) va forse intesa come uno scambio culturale tra i due regimi, una collaborazione per vicinanza ideologica, quella collaborazione che portò alle
atrocità commesse dai giapponesi nella Seconda Guerra Mondiale. Successivamente i miei sospetti hanno trovato conferma: si veda la
pagina Wikipedia inglese su Eugen Herrigel nonché quella su
D.T. Suzuzi che scrisse l'introduzione al libro di Gusty e fu amico della coppia, criticato per antisemitismo ("gli ebrei sono un popolo di parassiti"), appoggio del Nazismo (ciò che fa Hitler è "abbastanza comprensibile, e io sono d'accordo con lui") e soprattutto le cui teorie sono state criticate dagli stessi giapponesi, pare che infatti fosse semplicemente uno che andò in occidente per far fortuna parlando di Zen e buddismo. Scopro infatti che neanche Eugen parlava giapponese, e che le teorie esposte nel suo libro sono state criticate in Giappone, come pure è stata messa in dubbio la sua stessa accettazione nella cultura giapponese. Cosa fecero dunque là, realmente, questi due?
La forma di questo libro è perfetta, stretta e lunga richiama le stampe giapponesi, questo editore mi è sempre piaciuto anche se c'è da dire che è di una difficoltà enorme da leggere perché i caratteri sono piccoli e marcati come leggermente sbavati, come scritti a mano con la china perché la carta è molto assorbente. Però il libro in sè non è chissà che cosa. E' un insieme di concetti sulla spiritualità giapponese, sullo Zen, sull'arte dell'Ikebana, ma senza capo né coda. Ricordo che tantissimi anni fa (oggi posso dire "da giovane") lessi il libro di suo marito e pure quello non mi soddisfò molto sebbene per lo Zen abbia sempre avuto una simpatia. E' sempre stato difficile per me leggere di Zen e Buddismo dagli occidentali, li trovo sempre troppo stucchevoli, innaturali. Stupisce l'assenza di un glossario o note a piè di pagina per le parole giapponesi! Fino a metà, l'unica che ho trovato riguarda il banale "coolie", e la nota dice "portatore di rickshaw"!!! Nel complesso una lettura piuttosto banale, frasi fatte sullo zen e sulla cultura giapponese tipiche di un'occidentale, è come scoprire la pizza andandola a mangiare in una trattoria italianeggiante della Nuova Guinea. Ciò, unito al fatto che il libro è
falso, non possono che portarmi a sconsigliarlo.
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