Ian Fleming
Ho letto un libro di Ian Fleming (per intendersi: 007, James Bond...) una trentina di anni fa, a casa dei miei avevo tre suoi libri ed. Garzanti piuttosto vecchi, e mi era piaciuto tanto ma non ricordo qual'era, non questo però. Adoravo i film di Bond, ma quelli di Sean Connery, non male anche quelli di Roger Moore; Timothy Dalton aggiunse un livello di spietatezza che non mi dispiaceva e avevo trovato più conforme al Bond del romanzo. Gli altri... insomma. Forse Brosnam, ma l'ultimo - lo sfigato con la bocca da selfie e gli occhi iper-saturati lo trovo insopportabile.
La vecchia letteratura, la vecchia narrativa, i vecchi libri di spionaggio. Tra questo, in cui troviamo un agente segreto internazionale, e un poliziesco dove un detective abbandonato dalla moglie insegue uno spacciatore di droga, non c'è molta differenza. Dopo tanti libri più moderni, affrontare Fleming/Bond è un'esperienza quasi deludente: ad esempio, il primo terzo del libro trascorre quasi tutto in dialoghi sul gioco al casinò, sul Baccarà, sui cocktail, sulle sigarette, sulle donne. In un moderno romanzo d'azione e spionaggio sarebbe già avvenuta almeno una scazzottata, una sparatoria, qualche morto... e nessuna sigaretta. Certamente l'insistenza sui bei vestiti, la marca di champagne, il tipo di vodka, i tabacchi greci e turchi, la Bentley, e soprattutto le infinite spiegazioni del gioco del Baccarà (tant'è che ho dovuto leggermi la relativa pagina Wikipedia per comprendere meglio la narrazione) sono eccessive ma, ripeto, è un racconto d'altri tempi, quando la gente non sapeva ancora bene cos'era un agente segreto (semmai ora la sappia), quando gli agenti stessi erano diversi, quando non c'era internet e in questi libri si scopriva il mondo, quando la necessità era quella di uscire dalle narrazioni classiche, quando la TV non era ancora intervenuta a deturpare le menti e la narrativa stessa. Forse erano anni più eleganti in generale, non sono nelle serate di gala, non solo al ristorante, non solo nei casinò o negli uffici dei servizi segreti. Forse sono i nostri anni meno eleganti, più volgari, incredibilmente più violenti e spietati. C'è da dire tutto ciò a sua difesa, ma non è sufficiente.
Proprio l'insistenza sul gioco è esagerata: sicuramente bisogna conoscere le regole e le basi matematiche, bisogna avere esperienza, ma rimane un gioco fondato sul caso quindi inutile celebrare una vittoria come un segno della bravura di James Bond come agente segreto: è un bravo giocatore, e ha avuto culo, ma è solo culo e un agente segreto non può mai affidarsi alla fortuna. Del resto già da subito Bond avrebbe potuto morire, non fosse per la fortuna dell'attentato dei bulgari, e oltre alla fortuna nel gioco c'è l'infantile caduta dalla sedia per sfuggire al fucile del còrso: piuttosto fragile come azione. Dubito, inoltre, che una persona con la passione per il gioco d'azzardo possa essere un bravo agente segreto, e soprattutto che in questo ruolo possa essere reclutato. Come, inoltre, prendere sul serio il fatto che un'operazione di contro-spionaggio delicata e pericolosa, si fondi su dare svariati milioni a un agente che dovrà meramente giocarseli al casinò? Che senso ha? Se il piano va male, ovvero non se gli agenti sbagliano ma semplicemente se la dea della fortuna del gioco d'azzardo guarda da un'altra parte, i soldi vanno dritti in tasca la proprio nemico! Oggi è impossibile prendere sul serio una cosa simile. Probabilmente anche allora, nella vita reale, ma allora un lettore avrebbe potuto accettarlo più liberamente. Dopo aver vinto tutti i soldi di Le Chiffre non si preoccupa neanche di pensare a qualche ritorsione, anzi dà proprio per scontato che non ve ne saranno!
Dopo averlo rapito, c'è da dire piuttosto facilmente, e iniziata la tortura, Le Chiffre dice a Bond: «Avete avuto la sfortuna di essere immischiato in un gioco per adulti e ne avete già fatto una penosa esperienza. Non siete qualificato, mio caro ragazzo, a giocare con le persone adulte, e la vostra balia di Londra è stata molto sciocca a mandarvi qui col secchiello e la paletta. Un’azione davvero molto sciocca e molto sfortunata per voi». E' impossibile non dargli ragione. In questo libro Bond non fa una bella figura.
Una curiosità: è proprio a questo punto, quello della tortura, che mi sono reso conto con stupore che proprio questo libro, Casino Royale, era quello che avevo letto tanti anni fa, almeno 30. Ricordavo con precisione le riflessioni di Bond in merito: «Sapeva che, nella tortura, il momento peggiore è quello iniziale. È come l’agonia. Un crescendo che sale fino al massimo della sopportazione, poi i nervi diventano ottusi e reagiscono sempre meno, fino all’incoscienza che precede la morte. Tutto quello che poteva fare era aspettare il culmine del dolore, sperare che la sua forza di volontà resistesse fino a quel limite. Poi si sarebbe lasciato scivolare liberamente fino all’oscurità totale. Colleghi che erano stati torturati dai tedeschi e dai giapponesi e che erano sopravvissuti, gli avevano detto che verso la fine si raggiunge un meraviglioso stato di caldo languore, che precede una specie di crepuscolo sessuale, in cui il dolore si trasforma in piacere e in cui il terrore e l’odio che ispirano i carnefici si tramuta in una forma di infatuazione masochista». E' strano che tutta la parte fino a qui mi sia sembrata nuova, ma non è la prima volta che mi succede. La mia memoria non è mai stata il mio forte ma in questo caso forse la delusione ha contribuito. Per fortuna che è breve, e nel complesso simpatico ma ho il sospetto che, mancando i film, perderebbe tutto la sua attrattiva.
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