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Wilbur Smith: L'uccello del sole

Stato lettura: LIBRO CONCLUSO IL 27/11/2021
Voto: leggi la recensione
L'archeologo Ben Kazin è vicino alla scoperta della sua vita: ha trovato nel Botswana una debole traccia di Opet, la mitica «Città della Luna», centro di una grande civiltà africana scomparsa nel nulla. Tra scavi e inseguimenti, dirottamenti e cacce grosse, la traccia a mano a mano prende corpo, benché tutto sia stato predisposto affinché di Opet venisse cancellato persino il ricordo.

Recensione

Wilbur Smith è morto e io non ho mai letto un suo libro e così, nonostante una lista d'attesa che aumenta di almeno tre libri ogni libro che leggo, ora mi sento in dovere di leggerne anche uno suo. Sono diventato matto a capire quale scegliere perché so che ha scritto alcune "saghe" e, nel dubbio di ritrovarmi di fronte a un libro che avrebbe richiesto la lettura di altri libri o ancor peggio privo di conclusione rimandata ai libri successivi, ho un po' studiato l'argomento e alla fine mi sono rivolto a questo che, nel complesso, ha anche recensioni piuttosto positive.
Il libro è diviso in due sezioni: la prima è in prima persona con Ben Kazin che racconta la sua avventura; la seconda è in terza persona e ci riporta a duemila anni fa con la narrazione di Opet e dei suoi eroi, gli stessi di cui Ben Kazin fece la scoperta e le cui vicende riflettono quelle dei personaggi della prima parte, come una reincarnazione o meglio una riproposizione delle vite e degli eventi in uno strano gioco di specchi tra Huy e Ben, Lannon e Louren, Sally e Tanith, Thomas e Timon, e persino il boscimano Xhai con stesso nome.
La ricostruzione archeologica suppongo sia perfetta: non sono uno studioso e un amante della storia né dei libri storici ma svariate note dell'Autore nella seconda parte riguardo le zone descritte richiamano laghi, fiumi, vallate e monti dell'era attuale nonché lo sforzo di ricreare determinate realtà come le grandi cacce, le miniere con gli schiavi al lavoro, le praterie ancora zeppe di fauna selvatica, le città e le società, gli spostamenti di massa e i riti religiosi è tangibile e costituisce una delle parti che più mi ha stupito poiché il realismo è talmente perfetto che riesce a farci calare nella parte.
Il trucco di riprendere le vicende e le storie attraverso i millenni mi è parso un artificio un po' troppo esagerato se non artificioso e in molti punti la narrazione tende eccessivamente a dilungarsi, come pure ci sono punti deboli e scontati come lo storpio buono, lo schiavo cattivo perché incattivito, il ricco comunque macchiato nei sentimenti dalla sua ricchezza, la donna volubile, il piccolo boscimano puro come il "buon selvaggio". 
Certamente la grande caccia di duemila anni fa è descritta benissimo e del resto senza un libro così preciso non ci viene in mente di immaginarci cosa volesse implicare il sostentamento di un così enorme esercito per la fauna locale, ma quanto annoiano tutte quelle pagine sulla lettura dei testi ritrovati o sui continui scavi per il recupero dei tesori nascosti o i viaggi da una nazione all'altra o il tirare per le lunghe la questione amorosa tra Ben e Sally quando già dalle prime pagine l'autore stesso ci suggerisce il suo finale? Perché perdersi in tanto realismo descrittivo e ricerca delle basi archeologiche se poi ci piazza oracoli, preveggenza e ricordi ancestrali, ovvero la magia? Perché continuare continuamente a perdersi in dialoghi con pensieri e dubbi d'amicizia tra Ben e Lauren o Huy e Lannon quando manca completamente un approfondimento psicologico? Forse è questo che manca maggiormente: ci sono molti eroi con forze quasi disumani e grandi amicizie ma il sostrato "dotto" è completamente assente a fronte di lunghe pagine di approfondimenti che sono invece mere parole.
Insomma, ciò che vorrei dire a Smith è: "Ok, sei bravo a descrivere, ma a che scopo?!"
Sfugge pure il fine di tanti giochi di specchi. Alla fin fine sono due romanzi con trama simile, ma a cosa serve? Perché le vite dei personaggi si rispecchiano? Dobbiamo semplicemente accettarlo come per fede? La forza sovrannaturale che gioca questo scherzo agli umili mortali perché lo ha fatto, dato che di sovrannaturale si parla essendoci premonizioni e prodigi sparpagliati nel testo a casaccio: per impressionare e far divertire il lettore e basta? Mi pare una motivazione un po' debole.
Questa mancanza di "letterarietà" che porta Smith a costruire una trama elaborata nei fatti ma a non saperla gestire negli approfondimenti rende la lettura dopo un po' noiosa e quasi snervante; se la prima parte mi aveva preso perché avvincente, la sua fine stupida mi ha innervosito non poco ma non solo, poi mi sono ritrovato a leggere la seconda parte che, a parte la ricostruzione storica, è scontata poiché già intuiamo la trama. 
Ho fatto una fatica incredibile per concludere questo libro nonostante la prima parte l'avessi quasi divorata.
Tendo a scrivere le recensioni durante la lettura: prendo appunti e le abbozzo in modo che quando finisco un libro devo solo risistemarle. Dopo le prime 50 pagine nonostante alcune debolezze il libro mi piaceva ed avevo messo 5 stelle, sono arrivato a 4 quando è finita la prima parte, sono sceso subito a 3 quando ho cominciato la seconda parte e mi sono reso conto di cosa significasse e alla fine sono arrivato a 2 e non scendo a 1 stella solo perché nel complesso lo stile descrittivo è buono. Faccio un paragone con Stephen King che della letteratura "proletaria" ha fatto uno stile: ecco, King non pecca mai di grandezza, e nonostante i finali non sappia proprio gestirli o spesso inserisca l'orrore e il soprannaturale anche dove potrebbe fare a meno, difficilmente annoia. Wilbur Smith invece caga fuori dalla tazza, per dirla alla "proletaria", una cosa che accade in molti dei romanzi "storici" o "archeologici" che ho letto dove questi due caratteri sono tutto ciò che rimane.
Ho saldato il conto con Wilbur Smith, con questo considero chiusa la faccenda. 

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