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Fred Uhlman: Trilogia del ritorno

Stato lettura: LIBRO CONCLUSO IL 15/06/2021
Voto: leggi la recensione
"Mi sentivo prima tedesco, poi ebreo." In questa frase, più ancora che nel tema sconvolgente dell'Olocausto, è racchiuso il fascino dei tre romanzi brevi di Fred Uhlman che nascono dalla tragedia di chi, disperatamente innamorato della Germania e della sua cultura, se ne vide nel 1933 allontanato in nome di una motivazione aberrante come quella razziale. In "L'amico ritrovato" questa lacerazione coincide con la fine di una fortissima amicizia fiorita al liceo di Stoccarda tra due adolescenti: l'ebreo Hans Schwarz, figlio di ricchi borghesi, e il nobile Konradin von Hohenfels. Il nazismo travolge questo legame con la forza di un contagio che sembra colpire anche l'amico prediletto e condurlo al tradimento. La smentita verrà solo trent'anni dopo, dalle righe di un vecchio album di scuola e dall'ultima lettera scritta ad Hans da Konradin, divenuto ufficiale della Wehrmacht e prossimo a essere giustiziato per aver preso parte alla congiura contro Hitler: una confessione che è anche l'appassionato tentativo di spiegare come un popolo intero possa precipitare nella barbarie.

Recensione

Una potenza devastante creata da uno scrittore grandioso che cesella una narrazione curata, elegante, aggraziata ma mai pomposa o prolissa degna erede della grande tradizione letteraria europea e chissà, forse proprio tedesca perché a me ha tanto ricordato Thomas Mann. Allo stesso tempo, è un libro per me nuovo o meglio nuovo il punto di vista che ha ovvero quello di chi sopravvive (ma su tre, in realtà, solo due) alla devastazione e si trova un bel giorno a fare i conti con il ritorno al passato. Con la memoria del passato e della sua terra passata Hans - che nulla vuole più avere a che fare con quel ricordo e che non si saprà mai se, dopo l'ultima frase, ha gioito o pianto -, con la memoria del suo passato Konradin - che a ben leggere tra le righe era proprio figlio del suo tempo e della sua stirpe e a mio avviso Uhlman ha fatto in modo che su Auschwitz sia un po' ambiguo -, con il ritorno fisico il povero Simon con tutti che insistono, chi con violenza chi con rimorso, che lui "capisca". Come si sono sentiti gli ebrei che, una volta "liberati" ovvero sopravvissuti, si sono ritrovati, fatta la ricostruzione della Germania, a camminare nuovamente per quelle strade che per loro sono state solo fonte di violenza e morte? Cosa pensavano, seduti su una panchina a riposare, o alla fermata del bus in attesa della propria corsa, quando si ritrovavano per caso a incrociare lo sguardo di qualcuno che magari aveva le mani ancora sporche di sangue dei suoi famigliari? Non oso immaginare l'immenso peso del sospetto, e della paura, che devono aver provato: tenere alto lo sguardo a dire senza dirlo "Io sono ancora qua", o magari abbassarlo svelto e voltarsi temendo di essere riconosciuti. Agghiacciante. Se c'è una cosa che comunque questo libro mi ha lasciato è una gran rabbia per tutti coloro che se la solo cavata, e non parlo solo dei nomi altisonanti (Eichmann per molti anni, o Mengele fino alla morte) ma soprattutto di chi mai è stato inchiodato o, semplicemente, è stato ignorato perché alla fine che fare? Processare tre quarti di popolo tedesco perché o ancora di più? Impiccare il 20% della popolazione? Più ci penso, più mi convinco che di quel paese di quel periodo è stato distrutto troppo poco. Un libro che mi ha fatto odiare la Germania e che mi costringerà a guardare (ancora più, perché già lo facevo) con sospetto e odio ogni tedesco che incrocerò.
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