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Ferruccio Fölkel: Dio ride, io pure. Storielle ebraiche

Stato lettura: LIBRO CONCLUSO IL 16/09/2015
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“Abbiamo sofferto tanto: esilio, ghetti, pogrom... Però li abbiamo fregati”. “E come?” “Con la psicoanalisi.” In questa storiella c’è il tratto distintivo dell’umorismo ebraico mitteleuropeo, quello speciale modo di ridere di sé e degli altri che non ha simili nel resto della cultura occidentale. E che soprattutto è lontanissimo dalla tradizione cristiana, che colpevolizza il riso e lo scherzo attribuendoli al maligno: nel Nuovo Testamento non si ride mai.
Dalle origini a oggi, dall’Europa agli Stati Uniti d’America, l’assillo umoristico è stato un tratto saliente dell’identità ebraica. Non è quasi mai una risata grassa, dalla fisicità prorompente, ma piuttosto un rumore lieve, un fremito delle narici e uno scintillio degli occhi.
Moni Ovadia ne spiega l’umanità profonda: “Si tratta di una sorta di filosofia surreale e disarmata che demolisce la rigidità del pregiudizio e smobilita una visione sclerotizzata dell’ebreo avido, sinistro e taccagno a favore del riconoscimento dell’ebreo che è in ogni individuo autenticamente umano: fragile, goffo, ciarlatano, opportunista, ma anche sublime nel suo essere disposto a ridere sgangheratamente di se stesso perfino sul limitare della propria tomba o sull’orlo dell’abisso.”
Ciononostante, le storielle presentate qui non temono di affrontare i tratti considerati più caratteristici del popolo ebraico, a partire dalla proverbiale avarizia, come nel caso del matrimonio in cui il padre della sposa annuncia: “Figli e figlie di Israele, poiché oggi siamo ricolmi di gioia, non dimentichiamo i poveri. Anzi, vi chiedo di gridare insieme a me: Evviva i poveri...”; o l’ossessione della ghettizzazione, come nella storia dell’uomo che corre alla stazione per prendere il treno, ma arriva con un attimo di ritardo ed esclama: “Che cattiveria! Anche il treno è diventato antisemita”; o, infine, il sorriso amarissimo degli apolidi: “Dove vai, Avramole?” “Vado lontano, Mendele.” “Ma vai lontano da dove, Avramole?”
(Tratto dalla prefazione di Moni Ovadia)

Recensione

Simpatico libretto. L'umorismo ebraico e Yiddish in particolare è perlopiù autoironia, a tratti grottesca, a tratti sdrammatizzante. Il libro è una raccolta dei libri di Folkel, in un centinaio di piccole pagine raccoglie un po' di storielle che quasi mai superano la facciata. Di cosa parlano? Perlopiù sono ebrei che... prendono per i fondelli gli Ebrei. Avevo già scoperto un po' di questo mondo con il magnifico ritratto dei Chassid europei tracciato nello splendido Le nove porte di Jirì Langer.
In questo libro troviamo prese per il culo all'avarizia degli ebrei, alla sporcizia degli ebrei, al loro lamentarsi sempre, al loro essere certi di essere il "popolo prediletto", di essere destinati a qualcosa di grande... E a volte fanno però un po' pensare. A cosa? Al fatto che tutti i pregiudizi che qui sono presi a protagonisti delle storie, pregiudizi che hanno provocato l'Olocausto, sono vivi ancora oggi, e più che mai.
Vuoi saperne qualcosa di più? Controlla se ho inserito citazioni di Ferruccio Fölkel

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