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Amos Oz: Non Dire Notte

Stato lettura: LIBRO CONCLUSO IL 09/01/2016
Voto: leggi la recensione
Quando si è capito tutto, che cosa ancora resta da capire? È questa la domanda che sostiene invisibilmente il bellissimo romanzo di Amos Oz, “Non dire notte”.
Theo ha sessanta anni, è un uomo che ha traversato la vita con intelligenza e coraggio, è stato urbanista di grande valore nella sua giovane patria, Israele, ha progettato insediamenti e quartieri modello, ha vissuto le stagioni della guerra e quelle dell’incerta pace; ha conosciuto la sua terra e anche il mondo poiché, rimosso per misere questioni politiche dal suo incarico, si è riciclato in Sud America, dove ha continuato a progettare, a conoscere la natura e le debolezze degli esseri umani, ad amare sbrigativamente tante donne. Poco alla volta ha intuito che nulla è poi così importante, che la vita passa quasi senza lasciare segno. In Venezuela ha incontrato Noa, una professoressa israeliana troppo più giovane di lui, e in un attimo gli è parsa la persona giusta accanto a cui invecchiare, un’anima bella da proteggere amorosamente dalle offese dell’esistenza.
E così dopo poco sono tornati in patria, prima nella chiassosa Tel Aviv e poi, finalmente, nel posto giusto dove dimenticare l’insensatezza della vita e invecchiare in pace, in un piccolo paese “inventato” nel deserto del Negev.
Ma Noa non è una donna arresa alla disillusione, anzi, aspetta solo l’occasione per spendersi totalmente in un impegno profondo: e l’occasione arriva, tragicamente. Un suo allievo di diciassette anni muore per overdose in fondo a un crepaccio. Il padre del ragazzino convince Noa a tentare di aprire in quel paesetto perso nella sabbia un centro per giovani tossicodipendenti dedicato al figlio. È disposto a metterci dei soldi, ma Noa deve metterci tutta la determinazione che possiede, perché ovviamente nessuno vuole i drogati sotto casa, nessuno vuole rogne. Anche Theo, compagno fedele, premuroso, nonché “patrimonio nazionale”, la scoraggia col suo mutismo e il suo sguardo impassibile. La coppia entra in crisi. Due modi opposti di concepire la vita si scontrano. L’entusiasmo contro la saggezza di chi è convinto che tutto sia inutile. La buona volontà contro il nichilismo, l’amore contro il fatalismo. Theo non è affatto un vile o un cinico: è solo un uomo che non crede più nell’azione, è una pagina vivente dell’Ecclesiaste.
Amos Oz ha una prosa asciutta, quadrata, virile, ma capace di accendersi in lampi improvvisi di poesia, in similitudini imprevedibili che accelerano la comprensione della cose. Il romanzo è una lunga meditazione sull’amore e sulla Storia, su cosa possiamo o non possiamo fare, sul valore dei sogni e sulla miseria degli esseri umani. E al suo interno contiene alcuni racconti straordinari: su tutti la storia di uno scimpanzé che per alcuni anni, in Africa, fu adottato dalla famiglia dello studente. Sono sette o otto pagine struggenti, che contengono tutto il senso del libro: fino a che punto sappiamo amare, quand’è che preferiamo la quiete al disordine della passione?
Amos Oz vincerà il Nobel, presto o tardi, perché la sua letteratura sa raccontare il vortice polveroso della vita, ma anche le piante che nonostante il deserto fioriscono generosamente, per darci una speranza.
(Marco Lodoli, Almanacco dei libri )

Recensione

Assolutamente magnifico. La descrizione precisa e terribilmente puntuale di due esistenze diverse e separate da un muro che le parole non vogliono buttare giù. A volte fa quasi nervoso: "Diglielo, diglielo perdio!" pensi ma a pensarci bene in realtà giungi alla amara conclusione: cambierebbe qualcosa, a dirsi qualcosa?
A volte no, perché le parole sono un muro, le parole sono un ostacolo, le parole spesso sono un problema, come dice il ragazzo la cui morte innesca il meccanismo della separazione delle vite.
A volte le parole sono semplicemente troppo, e proprio la loro assenza a un certo punto riesce a sistemare un momento di solitudine; il silenzio è d'oro e va scoperto, capito, amato.
Dietro a tutta la storia si cela, come un significato nascosto di tutto ciò che accade, il Neghev, che circonda la cittadina come una trappola. Il deserto, il simbolo stesso del silenzio.
Quando l'ho finito, mi sono reso conto che è proprio il deserto il significato di questo libro, è il deserto dove Orvieto muore, dove Theo si rifugia, e dalla cui polvere Theo o Noa si proteggono assieme chiudendo le finestre. Per tutto il libro le finestre sono rimaste aperte per via del caldo, ed alla fine il deserto dà una spinta a queste due anime quasi a sussurrare "Dai, chiudetevi in casa assieme".
Amos Oz è un poeta nel senso più pieno del termine.
Vuoi saperne qualcosa di più? Controlla se ho inserito citazioni di Amos Oz

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