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CAROVANE

James A. Michener

Libro ereditato dai miei, di questo Michener ne avevano alcuni e sono tutti enormi ma, siccome in questi giorni sto affrontando libri che mi lasciano molto insoddisfatto (da ultimo il pettegolo L'età dell'innocenza), ho deciso di provare questo che è ambientato in Afghanistan nel dopoguerra. Speriamo bene, spero non sia un libro di "narrativa storica", genere per il quale non vado proprio matto, avendo io una certa violenta allergia per la storia.
È importante fare una premessa: quando leggiamo questi libri, storici o ambientati nel passato o in genere ricostruenti fatti storici e/o società, facciamo un atto di fiducia nei confronti dello scrittore. Michener (a informarsi) studiava prima di romanzare, quindi in teoria l'Afghanistan del prossimo passato che qui incontriamo era probabilmente proprio così. Tuttavia, quel "probabilmente " è importante perché ciò che abbiamo rimane un romanzo, ovvero non un saggio, e scritto da un romanziere, ovvero non da uno storico; senza contare che anche gli storici dicono cazzate. Chissà, forse un romanziere, non interessato a fare storiografia ma solo a creare una cornice, può essere persino più affidabile di uno storico, tuttavia resta il punto che noi lettori dobbiamo fare un atto di fede nei suoi confronti. Il problema della credibilità, coi romanzieri, sta nel fatto che i fatti reali possono essere modificati non solo per questioni interpretative come fa ad esempio uno storico, ma anche per mera esigenza estetica o scelta persona non giustificata se non dai gusti dello scrittore. Sarebbe bene quindi usare spesso l'enciclopedia durante la lettura di questi libri, cosa che li rende perfetti per un ebook reader, tuttavia io ho solo edizioni cartacee e ho speso quindi abbastanza tempo a fare ricerche col cellulare. Dirò che i conti tornano abbastanza anche se ho trovato alcuni abbellimenti che sebbene deviassero qualcosa (i Qanat - qui Karez, ad esempio) non era poi così grave. Peggio sono le mancanze date dai tentativi troppo persistenti di evidenziare come i giudizi siano spesso generati da mancante di immedesimazione: io posso capire che comprendere una società non a partire dalla propria sia complesso e dia luogo e innumeri pregiudizi, tuttavia se ciò da un lato non andrebbe troppo stigmatizzato ma compreso, bene o male, dall'altro soprattutto è sbagliato premettere che ogni pregiudizio sia errato. Il termine "pregiudizio" è perlopiù inteso in senso negativo ma indicando un giudizio non criticamente sviscerato non presuppone che tale pregiudizio sia di per sè sbagliato. Lo è il metodo, i sottintesi, ma se va sempre considerato che questo pregiudizio possa essere vero, e in questo libro il caso in questione è quello dello chador. Lo chador è sempre sbagliato soprattutto quando, come qui, inteso come "burqa": che il pregiudizio porti a pensare che tutte le donne siano schiavizzate e obbligate a indossarlo è un conto che può anche essere errato (molte donne lo vogliono), ma che le donne non possano rifiutarsi di indossarlo è una cosa completamente diversa e qualsiasi pregiudizio condanni il burqa sotto questo aspetto è sempre vero, anche quando derivato da convinzioni errate. I protagonisti afghani di Michener invece sono spesso dubbi su questa cosa, Karima compresa (o forse proprio "a partire da") perché il tema serve ad aprire la discussione su quando Miller non capisce dell'Afghanistan. Ecco, questo metodo è errato: non capire è una cosa, giudicare è cosa diversa. Michener usa lo stesso metodo con la lapidazione e la decapitazione: forse il suo esempio voleva spingerci a riflettere che sono cose minoritarie di una minoranza, ma forse gli è sfuggito che ci trasmette semplicemente il messaggio che dal '46 a oggi poco è cambiato, sotto questo aspetto, poiché la lapidazione è ben salda nella giurisdizione Afghana. Considerando che questo libro è degli anni '60 penso che quelle qui presentate siano state le speranze tradite degli afghani e degli americani e del resto del mondo nel primo dopoguerra.
C'è però il cortocircuito del burqa: dopo averne fatto discussioni in cui pare che Michener tenti, tramite le parole dei suoi protagonisti, di instillarci una qualche verità che lo giustifichi e che noi non capiamo per via del fatto che non capiamo, né conosciamo, l'Afghanistan, Michener introduce i nomadi che diventano la "nuova verità" dell'Afghanistan. Il problema è che i Povindah (Kochi) sono mal visti dalla popolazione anche e soprattutto proprio per via delle donne non velate, del resto lo stesso accade ai Tuareg del Sahara (dove velati sono solo i maschi!) classificati come grandi infedeli proprio per questo.
Questo cortocircuito, che qui presento solo riguardo questo aspetto, è in generale il problema del libro, o forse chissà, proprio il suo lato bello: essendo in prima persona i vari punti di vista sono sempre esposti acriticamente, manca il giudizio di una voce superiore al romanzo, quello che spesso viene chiamato "spirito della narrazione" che da una dimensione superiore al mondo del romanzo mette in riga le voci e le idee; mancando questo punto di misura, la verità cambia di continuo in un infinito gioco di specchi e interpretazioni. Chissà, forse magari è voluto perché proprio questa è la caratteristica della verità nel mondo reale! Forse questo libro è più "vero" di quello che mi sembri, però in qualche modo bisognava farlo capire altrimenti sembra solo tutto casuale, come il famoso orologio fermo che segna l'ora giusta due volte al giorno.
Non proseguo con questi esempi ma, proprio alla luce di ciò, questo libro è meraviglioso da leggere alla luce di ciò che oggi è l'Afghanistan, scoprendo invece cosa ha tentato (troppo timidamente) di essere e quanto bello sarebbe stato se vi fosse riuscito. Gli afghani sono probabilmente meravigliosi ma, prendendo voce dal grande Hitchens, anche in questo caso la religione ha avvelenato ogni cosa. Viene anzi ancora più nervoso: se avessero usato tutte le loro energie guerriere così celebrate per combattere per l'Afghanistan come società invece che fare un gran casino tra tribù e Allah, oggi non avrebbero i Talebani. Da molto, molto prima della guerra questi erano un problema, e la popolazione lo sapeva, ma perché tutta la loro forza decantata non è stata assolutamente usata per limitarne la forza? Se dal pero non cade una mela e si vorrebbe mangiare una mela, è inutile incazzarsi col pero: basterebbe piantare un melo. Gli afghani si sono invece incazzati col pero, quando gli americani sono arrivati erano tutti estasiati sperando di avere mele e invece gli americani gli hanno dato semi e piantine di melo, e il risultato è che hanno buttato le piantine e continuato a lamentarsi di non avere mele ma con gran gioia dei Mullah, cui invece le pere piacciono parecchio! Tanto per dare un'idea: la Qala-Bist (in realtà Qala-e-Bost) è abbandonato e sempre più in degrado e il magnifico arco è stato semplicemente chiuso con puntelli forse provvisori per evitare crolli ma i tanto progettati lavori di ripristino sono ancora solo progettati. A leggere questo libro e a vedere com'è ridotto l'Afghanistan vien da pensare che gli Afghani siano semplicemente tronfi, pavoni contenti della loro coda che per questo non pensano alla loro casa, lasciando che questo enorme e antico paese si distrugga, qualsiasi sia il modo. Stesso discorso andrebbe fatto per le connivenze tra Afghanistan e Nazismo, cosa qui lievemente accennata col dr. Stilgliz: ora, da un lato queste "connivenze" erano ben più che mere connivenze quando si parla di mondo arabo in genere, non solo di Afghanistan; dall'altro, Michener è troppo cauto su questa cosa poiché l'Afghanistan divenne proprio una matrigna di molti gerarchi (alias "criminali") nazisti fuggiti dalla Germania. Come Stilgliz, appunto, che forse è una delle figure tratteggiate peggio: a tratti sembra un santo, a tratti un beone, a tratti un filibustiere, a tratti un profittatore, a tratti un criminale psicopatico; come dico spesso, pensare che i nazisti fossero semplicemente dei pazzi sadici li sottovaluta e sottovaluta la minaccia che hanno rappresentato e rappresentano tutt'oggi. E' folle pensare che quattro pazzi sarebbero potuti arrivare quasi alla conquista di tutta l'Europa e pure oltre.
Ora, so che molte delle cose che ho espresso sono discutibili e per molti errate ma, usando invece le vostre metafore e opinioni, il risultato sarebbe identico perché Michener non fa mai critica e questo è il grosso problema. Le cose sono descritte e bene, ma non c'è critica, non lascia nessun messaggio. Le cose sono piuttosto piatte a livello intellettuale. Se siete di quelli che, come me, sottolineano o annotano frasi, paragrafi, giudizi, in questo libro non sottolineerete assolutamente nulla, e sono ben 600 pagine di libro! Salverete qualcosa a livello geografico, forse: Ghazni, Qala-Bist, ma solo i nomi, del resto c'è da dire che anche su Qala-Bist non c'è molto di più che qualche descrizione e elucubrazioni di Nazrullah che, ad informarsi, si scoprono non così precise e realistiche. Ma pensieri, giudizi, opinioni, aforismi, nulla, non c'è nulla, non vi resta nulla.
A livello ideologico, è vuoto. Non basta una storia intrisa di Afghanistan per fare letteratura. È lo stesso livello letterario di Wilbur Smith, per intendersi.
Scrittura bella, non annoia sebbene sia ben congegnata per prendere la mente del lettore e portarla dentro la storia. Si muove lentamente, non la scrittura ma la storia stessa e questo è il motivo per cui il libro (tutti i suoi libri) sono così grossi? La scrittura è piacevolissima però per andare dal punto A al punto B Michener ci fa passare per un'infinità di eventi intermedi. Ci sono tantissime storie qui racchiuse e all'inizio pensavo che fosse tutte presenti per dare un qualche senso alla vicenda personale di Miller invece anche quella rimane solo un tassello della narrazione, nonostante sua sia la voce narrante rimane anche lui uno dei vari "punti intermedi". Una volta concluso non ci resta molto a livello di ideali. Ci resta solo tanto nervoso per questi afghani che si sono fatti fottere dai mullah, se solo avessero fatto qualcosa di più invece che lamentarsi degli americani e dei russi.
NOTA BENE | ho scritto questa recensione mettendo assieme appunti vari buttati giù durante la lettura, mi rendo conto che è piuttosto incasinata e frammentaria ma non ho palle di riscriverla... Tuttavia a fine libro c'è una "Nota per il lettore" abbastanza importante: si scopre che Michener ha fatto vari viaggi in Afghanistan a partire dal 1946 quindi subito dopo la guerra e che buona parte delle questioni geografiche e culturali derivano da sue esperienze dirette. Ad esempio, la scena della lapidazione è la descrizione di un evento del quale fu diretto testimone; l'amputazione della mano fu invece indiretto, ovvero arrivò poco dopo e vide le foto che un cronista di passaggio aveva appena scattato. Spiega quali sono i ruderi veramente esistenti, e quali le cose inventate (Qadir, la torre di Lingue, ...). Infine, spiega come questa romanzo volesse tracciare, attraverso la vicenda di Miller, uno spaccato del "nascente Afghanistan", con lo chador in corso di abbandono, con molte persone educate e formate a cercare di portarlo verso la democrazia, con ingegneri russi e americani che, avversari, contribuirono comunque a redigere importanti costruzioni edili, con molte persone trasferitesi in Afghanistan a vivere tra le quali molte occidentali. Ecco, dopo questa lettura postuma e chiarificatrice viene ancora più tristezza a pensare come l'Afghanistan di oggi sia bene o male peggiore di quello nel romanzo cantato, poiché non c'è più la speranza dei tentativi di cambiamento, non ci sono più i Moheb Khan che possono sperare di cambiare qualcosa. Lo chador è ormai definitivamente burqa, i giardini pubblici sono divisi da reti per donne e uomini, e le donne comunque è meglio se non girano, non possono più andare a scuola e i talebani imperversano capi di tutto. E i Buddha non ci sono più. Se Michener aveva delle previsioni per l'Afghanistan (così dice nella chiosa), non ne ha azzeccata una.
Per il resto, confermo ciò che ho scritto. Romanzo scritto benissimo ma manca pathos, le vicende personali sono quasi scontate, non c'è alcuna morale, non c'è alcun messaggio, non c'è alcun perché, le cose accadono e basta. Devo anche aggiungere che le stesse descrizioni paesaggistiche sono praticamente assenti tranne poche banalità. Spero che negli altri libri abbia cambiato qualcosa perché, ripeto, come scrittore è fenomenale ma i suoi contenuti sono al pari di un tascabile da ombrellone. Identità kochi povid... Non realistica. La torre di lingue è falsa. Il raduno di qabir è probabilmente preso dai raduni dei trapper americani(nome???)

Tutti i libri di James A. Michener

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    NOTA BENE | le recensioni di libri qui presentate sono esclusivamente frutto del mio gusto personale che inoltre è anche contestualizzato al periodo in cui mi trovo a leggere quel determinato libro. Ciò che io dico potrebbe non andare bene per voi, il mio consiglio è di leggere anche altre recensioni online, ma allo stesso tempo di lasciarvi ispirare dalla sensazione ingiustificata che il nome di un autore, il titolo di un libro, una copertina, ciò che ne dici la quarta, la fedeltà a una casa editrice o il consiglio di un libraio possono suscitarvi. E' così che io perlopiù scelgo un libro. Per quanto riguarda i voti si consideri che bene o male un libro brutto è sempre meglio che una bella serie in tv, perché i libri avranno sempre una cosa in più: tacciono. Per il resto vale quanto già detto in altre parte del sito: è mio, ci scrivo io, quello che voglio io, internet è grande e troverete altri siti che vi aggradano.

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