Thomas Bernhard, Il Soccombente

THOMAS BERNHARD

Il Soccombente

Stato lettura: LIBRO CONCLUSO IL 20/02/2019

Recensione

A un corso di Horowitz, a Salisburgo, si incontrano tre giovani pianisti. Due sono brillanti, promettenti. Ma il terzo è Glenn Gould: qualcuno che non brilla, non promette, perché è. E presto diventerà una leggenda. Mentre Gould, un giorno, suona le Variazioni Goldberg di Bach, il suo amico Wertheimer si sente trafitto, annientato: sa che in quel modo non suonerà mai. E, se così sarà, la sua vita intera si rivelerà essere quella di un soccombente, come Glenn Gould stesso lo aveva chiamato. In questa scena sono racchiusi tutti gli elementi che segneranno il futuro dei tre amici. Gould morirà suonando le Variazioni Goldberg, raggricciato sulla tastiera, nel tentativo sempre rinnovato di essere non già un interprete al pianoforte, ma il pianoforte stesso, il suo Steinway. Wertheimer sarà travolto dalla meccanica feroce dell’emulazione, della debolezza profonda, dell’incapacità di essere unico e della coscienza di non esserlo. Il narratore, che è il terzo pianista, rinuncia anche lui al pianoforte, ma tesse una trascendentale partitura di prosa: questo libro, variazione romanzesca sul tema della grazia e dell’invidia, di Mozart e Salieri, ma ancor più sul tema terribile del non riuscire a essere.
Bernhard sembra avere scritto questo romanzo come Gould suonava: «per così dire dal basso verso l’alto, non come tutti gli altri dall’alto verso il basso». Fin dai primi tocchi, cupi e leggeri, avvertiamo che il libro è la storia di una disputa inestinguibile, che procede nella vita e nella morte: quella tra la Forza e la Debolezza. E, se la Forza appare sul fondo, nella spietata esclusione, da parte di Gould, di tutto ciò che non sia perfetto, si può dire che rare volte l’epos della Debolezza si sia articolato con i tratti grandiosi, e anche la sinistra comicità, che incontriamo nelle vicende di Wertheimer. Quest’uomo che della debolezza ha la vocazione è al tempo stesso pieno di talenti, di qualità e di intelligenza. Il suo soccombere è un processo sotterraneo, sottile, che lo distrugge, ma tende a distruggere anche gli altri. Nella sua debolezza, Wertheimer ha il fascino pernicioso di chi attira gli altri nella propria rovina.
Alla fine, giunti a una sorta di vertigine nell’arte della variazione, ci accorgiamo che Wertheimer, il soccombente, ha costruito pezzo per pezzo, nella vita e nella morte, una sorta di doppio beffardo, un’ombra sfigurata della perfezione di Gould, quale ultima vendetta della debolezza contro la grazia.
Il soccombente è stato pubblicato in Germania nel 1983.

Giudizio

Voto:
I libri di Thomas Bernhard non sono di certo facili. Narrazione articolata, dialoghi il cui significato è sempre ciò che non vi è scritto, stentati, monologhi e pensieri difficile da separare dalla voce dei protagonisti e dalla realtà. Un mastodontico inconscio che domina ogni riga e ogni parole e che, spesso, è lo stesso inconscio di Bernhard. Ringrazio molto il mio professore di Antropologia Filosofica che a suo tempo mi consigliò il libro "Mitobiografia" (tra l'altro sempre un Bernhard) che da sempre mi aiuta a comprendere meglio, o perlomeno a non essere certo di aver compreso, molti libri e concetti che ho letto in seguito, e sicuramente i libri di Thomas Bernhard sono molto più apprezzabili con una conoscenza di psicoanalisi e sicuramente meglio se quella di Carl Gustav Jung. Riepilogando questo libro: un tizio entra in una locanda, in quella locanda veniva spesso un suo amico, tal Wertheimer, che si è appena suicidato e proprio per il suo funerale il tizio gira da queste parti. Il tizio e questo Wertheimer avevano partecipato anni prima a un corso di pianoforte tenuto da Vladimir Horowitz, e con loro vi era anche Glenn Gould. Glenn Gould riprende il pianista reale, che io amo immensamente, e la cui bravura indirettamente spinse gli altri due amici ad abbandonare l'arte del pianoforte poiché dopo di Gould essi non avrebbero potuto che suonare male. Gould poi muore di Ictus ma dopo aver lanciato il suo nome negli astri della musica classica, Wertheimer si impicca invece dopo non aver fatto nulla, e il nostro protagonista ora si ritrova in quella locanda a ripensare a tutto. Il libro è un immenso monologo molto complesso in cui ciò che uno ha fatto o detto o pensato non si capisce più se lo abbia fatto o meno, o se sia il protagonista ad immaginare che lo abbia fatto, o lo abbia sentito effettivamente, o lo abbia immaginato. E' molto onirico perché ciò che il protagonista, sempre sull'ingresso della locanda, ricorda di Wertheimer o Gould è in realtà, indirettamente, un'analisi su se stesso ma redatta in maniera molto inconscia per cui, mentre lui si dichiara completamente padrone della sua scelta di abbandonare il pianoforte, si capisce fin da subito che non è così. Ritornando al tema della mitobiografia di cui sopra, il protagonista (che Bernhard forse - e dicono - tracci a sua immagine e somiglianza) non padroneggia la sua mitobiografia, la quale finisce col dominarlo.
Seguire i dialoghi è piuttosto complesso perché, essendo un monologo, sono riportati all'interno del monologo stesso e li si riconosce di solito per la chiusura "così lui", o "così Glenn", o ", pensai".
All'inizio non capivo perchè inserire un elemento reale come Glenn Gould: lessi che questo libro sarebbe ispirato da esperienze reali, e che alla fine il protagonista non è Gould, ma spesso e volentieri qui Gould parla e interagisce e non mi pareva una scelta saggia trasformare in un simbolo all'interno di un libro un personaggio reale. Ammisi però quasi subito, compreso il senso del libro come monologo interiore quasi di auto-analisi, che la presenza di Gould, e con lui di Bach, aumenta il senso di realtà del racconto e pare in questo modo legarlo al nostro mondo, anche se rimango della mia opinione che non sarebbe stato necessario. Non penso che chi non conosce Glenn Gould e la sua tecnica pianistica possa comprendere questo libro; dubito però che uno che non appartenga al mondo di quelli che conoscono Glenn Gould possa decidere di leggere un libro di Thomas Bernhard.
C'è anche da dire che la figura di Glenn Gould è un misto di realtà e fantasia: innanzitutto Gould non morì sul pianoforte, ma in ospedale; poi Gould non era così un fanatico dei pianoforti Steinway; infine sono andato a cercare una qualche notizia su Gould ed Horowitz e non ho trovato nulla. Ora, perché inserire un personaggio reale in un romanzo, e aggiugerli caratteristiche non reali? E' una scelta che secondo me andava fatta meglio, perché è una via di mezzo che però non ha nessun motivo per cui sia così. Se avesse parlato di Gould morto in ospedale, del vero rapporto di Gould con la Steinway&Sons, se avesse ideato un incontro casuale con Gould durante un concerti di questi in Europa, il romanzo sarebbe stato identico, non avrebbe perso nulla, e noi avremmo avuto il "vero" Gould a dare forza ad un romanzo veramente strano. Invece non è così, e conoscendo e pure amando il pianista Gould, leggere il libro così com'è mi ha dato in qualche modo fastidio e ha appesantito una lettura che è comunque veramente - e a tratti eccessivamente - pesante. Insomma per fare le somme: un libro con una buona base di partenza, con un bagaglio culturale enorme e magnifico spunti psicoanalitici, ma portato avanti con troppo intellettualismo.
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