Giuseppe Sinopoli al Festspielhaus di Bayreuth nel 2000 dirigeva l'Anello del Nibelungo di Wagner

Categoria: RACCONTI

Inserito in DATA: 29/07/2019
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Giuseppe Sinopoli al Festspielhaus di Bayreuth nel 2000 dirigeva l'Anello del Nibelungo di Richard Wagner.
Il 29 luglio del 2000 era la serata dedicata al Sigfrido. Tranne l'Oro del Reno, seguii le altre quattro opere - La Valchiria, Sigfrido e il Crepuscolo degli Dei - seduto nello studio di casa dei miei genitori, le porte chiuse e rigoroso divieto di entrare mentre io restavo appiccicato alla radio per ascoltare la diretta di Radio 3 e registrarla su cassetta. 
Oggi è il 29 luglio del 2019 e mi piace ricordare quel giorno e ciò che vi è legato.
Avevo ormai già abbandonato l'appartamento di Venezia, l'ultimo esame l'avevo dato con pieno successo l'11 luglio e già quella volta non avevo più dormito nella mia vecchia camera ma nell'appartamento di una amica che mi aveva gentilmente ospitato per dare il terribile esame di Sociologia Generale con la terribile prof.ssa Chiaretti, terrore degli studenti, con la quale io invece mi trovai benissimo e mi fermai pure a chiaccherare a fine esame, tant'è che poi la scelsi come secondo relatore per la discussione della tesi.
Ricordo l'amica che quando tornai e le dissi che avevo preso 30 e Lode mi guardò stupita e mi disse "Scherzi? Con la Chiaretti?" ma io ero in effetti uno studente di filosofia anomalo, nessun esame di Storia nel libretto, di storia della filosofia solo il Generale obbligatorio, e tanti esami di psicologia, pedagogia, logica.
La direzione di Giuseppe Sinopoli era epocale: era il primo direttore d'orchestra italiano a dirigere tutto il mastodontico Anello del Nibelungo, quattro opere per una durata totale di oltre 16 ore. Un italiano nel tempo della germanicità, a dirigere un'opera emblema della germanicità, era veramente qualcosa di grandioso: per un direttore appassionato di Richard Wagner è praticamente il coronamento della carriera.
Adoravo Sinopoli: un direttore poderoso, rigoroso, potente nei suoi ma senza mai perdere di vista le varie parti dell'orchestra, rigoroso coi tempi e la conta delle battute. Qualche tempo prima, una sera dopo cena, stavo bevendo delle grappette a bar del Teatro La Fenice. Il Teatro era ancora distrutto e coi lavori bloccati e il bar stava ormai scendendo la china. Era un ritrovo di nottambuli perché aveva il tabacchino e chi ha vissuto a Venezia sa quanto fosse difficile trovare delle sigarette la notte, in una città dove i distributori automatici erano assenti, ed inoltre la mancanza del teatro stava mutando la clientela da nobili decaduti o appassionati d'arte a vecchi alcolizzati e barboni. I camerieri erano ancora in completo elegante e il bancone in marmo sempre pulito ma i nuovi pellegrini notturni non rispecchiavano neanche lontanamente lo spirito di quel bar. Qualche anno dopo la laurea vi tornai e scoprii che il bancone in marmo era stato tolto, il tabacchino era ora separato e indipendente, e i camerieri non erano più le eleganti persone in completo che c'erano a quei tempi, gentili e scherzose ma sempre con un tocco educato ed elegante che ormai non trovi più da nessuna parte, retaggio dei fasti che furono prima del grande e maledetto incendio della Fenice.
Abitavo a due minuti da quel bar e spesso io e il Pupaz scendevamo dopo cena a bere qualche taglio o qualche grappa lì, ormai conoscevamo la coppia di camerieri e ci scherzavamo spesso, mi divertivo a ordinare un bicchiere di "rosso" e sentire uno dei due urlarmi addosso "El vin xe nero! NERO!".
Quel giorno ero da solo, era buio, faceva freddo. Stavo in piedi appoggiato al banco in marmo lungo le vetrate che davano sul campo di fronte, bevevo una grappa e leggevo una rivista, non saprei di cosa ma a quei tempi leggevo solo riviste di musiche; quelle di filosofia erano troppo Komuniste (il komunista è il comunista che è intellettuale e che per questo non vuole essere "classificato" come solo comunista) e soprattutto erano meri sproloqui teoretici retorici; cagate scritte bene, per intendersi.
Appoggiato al banco ogni tanto levavo gli occhi per sorseggiare dal bicchiere e guardavo il campo vuoto scuro e umido di fronte: Venezia è sempre umida, perennemente umida. Era entrato un signore con cappotto e cappello, mi era passato dietro per dirigersi verso il tabacchino a comprare un giornale; quando uscì era giusto il momento in cui io sospesa la lettura guardavo fuori, meditabondo, il selciato lercio e la notte e quel signore si fermò proprio di fronte a me, dall'altra parte della vetrata, a leggere le locandine dei vari concerti che facevano in giro per Venezia; lo fissai, e rimasi senza fiato. Era Sinopoli. Levò lo sguardo in ombra per il cappello e gli occhiali, il volto incorniciato dalla folta barba, e si accorse di me che lo fissavo attonito. Non so se feci qualcosa, mi pare di si, un abbozzo di saluto o forse solo un movimento di mandibola; lui mi fissò e mi fece un breve cenno col capo abbozzando un sorriso. Poi se ne andò.
Il periodo, il luogo, il momento preciso, tutto quanto fu perfetto quasi raccontato in un film.
Si sapeva già che avrebbe diretto il festival di Bayreuth, per cui quando mesi dopo sedevo ad ascoltare la Valchiria (come ho detto, persi l'Oro del Reno) e ad immaginarmi quell'uomo sempre serio e pensieroso quasi corrucciato, con la bacchetta in mano a dirigere un'orchestra leggendaria in un teatro che per me a quei tempi, e anche oggi, ha una specie di valore quasi mistico, sentivo come una certa maggiore vicinanza all'opera e al direttore. Era stato un incontro di pochi secondi e senza parole, ma a quei tempi la filosofia e ancor più la musica classica erano per me tutta la vita. Le mie giornate trascorrevano tra lo studio dei libri e lo studio dei tasti anche se, causa quella maledetta tesi di laurea ed altri eventi, avevo dovuto sospendere le lezioni di pianoforte e la mia dedizione allo strumento, che tra l'altro non si riprese mai più fino alla sua definitiva morte.
Sedevo nella poltrona col libretto dell'opera in mano e il set di cassette da 90 minuti vergini già in azione, ad ascoltare una tra le più belle esecuzioni del Sigfrido che ho mai ascoltato, con dei fiati veramente potenti e un'atmosfera malvagia ed eroica al tempo stesso. Bevevo birra e mangiavo wurstel e crauti come era d'uopo fare al Festival di Bayreuth, non saprei dire se ancora oggi ma i crucchi sono bravi a mantenere le loro tradizioni.
Fu un'edizione magnifica: la Valchiria fu bella ma non mi impressionò più di tanto, il Sigfrido fu magnifico, il Crepuscolo degli Dei maestoso e i critici erano in visibilio e io tenni le mie cassette con cura e le duplicai per sicurezza in attesa speranzosa che avvenisse la pubblicazione o comunque che l'evento favorisse una registrazione in studio.
Un anno dopo, mentre a Berlino dirigeva l'Aida, Giuseppe Sinopoli venne stroncato da un infarto e morì.
Era la fine di un'epoca: io avevo già abbandonato Venezia, la città più bella del mondo, e mi preparavo a chiuderne tutti i rapporti con la discussione della tesi e la laurea. Le discussioni col buon Giò su Wagner si erano ormai concluse perché non c'era più tempo e spazio per ritrovarsi, lui in Conservatorio e io a Codroipo e poi a buttare un anno col servizio militare di leva. Il tempo di suonare era finito, e successivamente col lavoro e gli impegni finì anche il tempo dello studio, di ogni studio, filosofia o psicologia o musica che fosse. La mia graduale conoscenza della musica classica si interruppe così e dopo anni a quel punto fermai la progressiva scoperta come fossi giunto a una conclusione e invece la sola conclusione era stata la fine dell'età dell'oro, la fine della crescita, l'inizio della fase della mera sopravvivenza nella vita quotidiana. Il Valhalla era ormai bruciato e distrutto e non restarono più neanche le ceneri, portate via dall'acqua del Reno assieme al suo prezioso Oro.
La registrazione a Bayreuth non venne mai pubblicata e mi restano dei file .mp3 pieni di fruscii ma per me importantissimi che ottenni digitalizzando con cura i brani principali dalle mie cassette TDK da 90 minuti che sono ancora a casa dei miei genitori, in qualche scatola in cantina.

La musica è quantità, misura, nel periodo in cui viene composta o nell'attimo in cui lo strumento, stimolato dal musicista, la produce. Qui si compie un salto misterioso: quello che noi ascoltiamo è immateriale e nell'attimo in cui lo percepiamo sparisce per diventare memoria. La musica è il segno più sublime della nostra transitorietà. La Musica, come la Bellezza, risplende e passa per diventare la memoria, la nostra più profonda natura. Noi siamo la nostra memoria. (Giuseppe Sinopoli, I racconti dell'isola)
P.S.: ho iniziato a scrivere questo articolo qualche giorno prima di quell'anniversario (la rappresentazione del Sigfrido) perché mi capitò in mano per sbaglio la ricorrenza; poi lo dimenticai in bozza, e lì rimase mesi fino a oggi, 9 novembre 2019, quando l'ho ritrovato tra i lavori incompiuti che costellano il mio sito e le cartelle del mio computer. Mi è ricapitato sotto il naso perché oggi ho trovato su Youtube una registrazione del preludio al secondo atto del Sigfrido di quella magnifica direzione del 2000 e volevo pubblicarla, e a questo punto ho sistemato qualcosa in questo racconto ed ecco il risultato e, soprattutto, un assaggio di quella magnifica direzione.


Qui il Maestro dal vivo mentre dirige lo Zarathustra di Richard Strauss.

Ho appena trovato anche la registrazione di tutto il Sigfrido, sempre su Youtube!


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