Vedi figliolo, è la tua testa che fa il bar. Non il contrario. (N.D.)
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Di Mark Rowlands, di lupi, cani, esseri umani... e della morte della filosofia

Di Mark Rowlands, di lupi, cani, esseri umani... e della morte della filosofia

CATEGORIA: PENSIERI
Inserito in DATA: 30/03/2015
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Questo articolo è una lunga e perlopiù inutile digressione che mi è sorta mentre leggevo il libro Il Lupo e il Filosofo, di Mark Rowlands
Questo filosofo gallese, poi trapiantatosi in giovane età negli Stati Uniti, poco dopo i vent'anni si è trovato ad adottare un cucciolo di Lupo al 96% - ma in realtà lupo puro - che per 11 anni è stato suo compagno e dal quale lui ha imparato così tante cose, così dice, da essere il reale ispiratore di questo libro di filosofia.

E' giusto fare ora una autointervista: Perché ho iniziato a leggere questo libro?
Perché sono filosofo? No, la filosofia canonica l'ho mollata, anzi, l'ho proprio abiurata.
Perché mi piacciono gli animali? No. Li adoro, è vero, li adoro sopra ogni cosa, sopra ogni persona, ma proprio per questo diffido degli umani che decantano i loro animali.
In realtà ho deciso di leggerlo perché mi sono spaccato il cazzo dei possessori di cani, al punto che ormai quando parlo confondo il cane con il padrone del cane, e finisco spesso col criticare i cani, che invece sono le grandi vittime.
Da qualche anno è tornata la moda dei cani: ed è proprio una "moda" in senso contemporaneo.
Ovvero: è la solita gara umana a chi ce l'ha più lungo.
In ciò siamo simili ai lupi, perché abbiamo bisogno di imporci come maschi Alfa. Sto parlando in modo teorico, per cui anche voi donnine con la gonnella partecipate a questa gara. Il mondo si è maschilizzato, donne e uomini hanno tutti il pene, e tutti sono in gara per vedere chi ce l'ha più lungo. Peccato che, come al solito, prendiamo le caratteristiche peggiori di ogni cosa e, se siamo a far gara a chi è il maschio Alfa, il vincitore non è mail il maschio Alfa, ma è chi convince gli altri di esserlo, in base a quanto la moda ci raccomanda che dobbiamo essere.
La nostra non è una gara di fatti, ma una gara di parole. Più che lupi, siam pavoni.
Homo homini lupus non è una constatazione negativa di una qualità, ma è un invito, è una speranza etica. E' la constatazione negativa di una mancanza, e la speranza - perlopiù vana - di poter raggiungere una qualità positiva.
Il problema dell'uomo è che si dimentica di essere niente più che un animale.
Oggi le persone che comprano un cane fanno di tutto per insegnarli cose umane, fanno di tutto per farlo sembrare umano quando invece la cosa più saggia che dovrebbero fare è imparare noi ad esserlo di meno, farci aiutare ad essere meno uomini. "Guarda come ti porge la zampina" dicono in molti, come ad esserne fieri, come se noi dovremmo essere fieri del loro animale schiavizzato; "Impara tu ad azzannare e scodinzolare", gli rispondo io.
Il lupo Brenin non gli ha mai portato indietro il bastone.
Nessun cane dovrebbe farlo.
Quando un cane lo fa, dovremmo interpretare la cosa in maniera differente: non è lui che ci riporta il bastone, ma siamo noi che glielo ritiriamo. Capite cosa intendo? Capite la sottile differenza?
Marl Rowlands ha cercato questo: ha chiesto aiuto al lupo, affinché gli insegnasse ad abbassare la cresta; ad essere meno bipede, meno "scimmia" come dice lui. Ne è venuto fuori un bellissimo libro di filosofia contemporanea, divulgativo, a tema l'Etica, tutto basato sull'analisi comportamentale ed etologica, con riflessioni teoriche sull'evoluzione e sulla vita.
Si potrebbe coniare uno slogan, per ridare slancio alla filosofia, uno slogan che dovrebbe diventare popolare soprattutto nel nostro mondo della filosofia continentale classica, ancora di più per i filosofi italiani: sull'onda di Platone è meglio del Prozac di Lou Marinoff, dovremmo coniare lo slogan Un lupo è meglio di Aristotele. Oppure Più Lupi, meno Kant, per concentrarci meglio sulla morale, sull'Etica.

Il libro si fonda principalmente sul dualismo scimmia-lupo. La scimmia è l'uomo, un animale che non si crede animale, che progetta, pianifica, trama, che quando ha qualcosa vuole altro, che guarda sempre avanti come un presbite che non vede ciò che gli sta davanti; il lupo è l'animale selvaggio, la forza della natura, la passione dell'attimo, apprezzare un sorso d'acqua senza pensare alla ciotola di domani, che si gode una corsa senza pensare che potrebbe farne una migliore. E via dicendo. Questo è il tema principale del libro, da questo dualismo si dipana tutto il testo.
"La scimmia è la tendenza a comprendere il mondo in termini strumentali: il valore di ogni cosa è in funzione di ciò che quella cosa può fare per la scimmia. La scimmia è la tendenza a vedere la vita come un processo di valutazione delle possibilità e di calcolo delle probabilità, per poi sfruttare i risultati di quei calcoli a proprio favore. E' la tendenza a vedere il mondo come una serie di risorse, di cose da usare per i propri scopi. La scimmia applica questo principio tanto alle altre scimmie quanto - se non di più - al resto del mondo naturale. La scimmia è la tendenza ad avere non amici, ma alleati. La scimmia non guarda i suoi simili, li tiene d'occhio." (citazione)

DIGRESSIONE FILOSOFICA

Facciamo ora una digressione filosofica. Digressione che però, a mio avviso, è benissimo adattabile al senso complessivo del libro di Rowlands.
Ho letto su internet alcune recensioni che consigliavano questo libro solo a chi ha una infarinatura filosofica. Non credetegli, sono balle.
Anzi, è proprio un libro che - sempre che si abbia un po' di cervello - introduce a che cos'è la filosofia.
Sicuramente chi ha scritto quella recensione è un filosofo, perché i filosofi sono convinti del fatto che la filosofia deve essere proprietà dei filosofi e basta. Sono filosofo anch'io, per cui so quello che dico: ho ragionato così anche io. Non diciamo proprietà assoluta; il filosofo ha però la convinzione che ogni argomento anche blandamente filosofico possa essere compreso solo da chi ha studiato, con metodo, la filosofia. Sebbene la filosofia non sia sicuramente un argomento semplice, e meno che molti altri alla portata di tutti perché i suoi argomenti non sono argomenti da laboratorio, provabili, non è detto che tutta la filosofia sia fruibile solo da un filosofo.
E' che un non-filosofi riesca a comprendere Heidegger, anche un filosofo fa molta fatica. Del resto Heidegger ha scritto un sacco di puttanate. Ma la filosofia divulgativa è ben altra cosa dalla teoretica. C'è la filosofia, e ci sono discorsi filosofici.
A questo punto bisogna lavorare su questo concetto di "filosofia" che non è per nulla unitario, e scendiamo così nel campo della filosofia "utilizzata" da Rowlands. Sebbene non sia americano, Mark Rowlands ha un approccio alla filosofia tipicamente americano: e la differenza tra la filosofia americana e le altre forme classiche di filosofia è noto, e sistematizzato, all'interno della stessa discussione filosofica. Si parla infatti di "Filosofia Analitica", in contrapposizione alla filosofia continentale. Un'infarinatura in merito forse l'avevo anche riportata nelle mie pagine sulla filosofia, non ricordo, ma è un tema noto e rinoto quando non trito e ritrito, e durante la mia laurea su Donald Davidson ho avuto modo di scontrarmi con questa diatriba a livello drammaticamente pratico.
Noi italiani siamo un popolo fiero, nella maniera può vuota ed ipocrita di questo termine, del nostro passato. Con la storiella dell'Impero Romano pensiamo di poter far nostra ogni cosa.
Ora, la filosofia continentale, quella erede dei grandi filosofi dell'antichità, è una filosofia prettamente teoretica e ricorsiva. Si studia tanta storia della filosofia, si inseriscono citazioni di continuo, si sfruttano gli aforismi in maniera pedantemente autoreferenziale. Abbiamo un'ossessione per i classici che è quasi sintomo di nevrosi, più che di razionalizzazione. E' per questo che è spesso incomprensibile: perché è un discorso portato avanti da una ristretta cerchia attraverso regole ben precise, che sono quelle del rispetto degli Antichi. E' diventata un culto, con gerarchie e comandamenti, obblighi e doveri.
Il male più grande della filosofia attuale è proprio l'ossessione per la Storia della Filosofia: se non la conosci, non sei un filosofo. Infatti, è per questo diventata stupida ed inutile, con discussioni puerili.
Io mi ci sono scontrato cozzando come un bue contro un muro di cemento armato ai miei tempi accademici: al momento di laurearmi, conformemente al mio spirito perlopiù indipendente e infido dell'autorità e degli schemi precostituiti, ho adottato un sistema non storico, pregno di riferimenti all'ambito pratico - nel mio caso, il linguaggio e le modalità di assimilarlo in un automa - e persino con esempi, riferimenti, aneddoti tratti dalla mia vita quotidiana. Reputavo così lo stile dell'analisi più in linea coi suoi contenuti: è chiaro che in entrambi i casi mi discostavo dalla retta dottrina e mi segarono le gambe! Ma che scelta avevo, visto che dovevo trattare filosofi americani che non citavano neanche lontanamente Spinoza e già poco Wittgenstein, e i cui libri dovevo spesso leggere in lingua originale?
Tenete conto che io, per studiare la Filosofia Analitica e formarmi la base della tesi di laurea, dopo aver comprato due numeri di Micromega li rivendetti senza neanche finirli di leggere e feci l'abbonamento annuale a Le Scienze.
La filosofia americana (cui appartiene anche parte di filosofia europea, ad esempio della Gran Bretagna, diciamo che "americana" è una etichetta, più che una geolocalizzazione) è di stampo completamente diverso.
I temi, gli scopi, i metodi, sono diversi: eredita dalla filosofia classica alcuni principi di base, come la centralità della logica formale, il tema dell'etica,  la critica come fondamento di ogni discorso, l'importanza degnata al discorso teorico, ma è comunque una filosofia che è molto vicina al mondo reale, al mondo della praticità.
Non è raro che un filosofo americano lavori con qualche organizzazione scientifica, o anche proprio come collaboratore in qualche grande istituzione come il MIT.
Nella filosofia americana anche lo stile riflette queste differenze, perché nei libri di questi filosofi troverete spesso esempi tratti dalla vita quotidiana, o riflessioni tipiche quali "Parlando con il muratore che mi rifaceva la cucina..." oppure "Mentre pulivo le grondaie di casa...", o anche "Cambiando l'olio al pick-up mi venne in mente...", espressioni di fronte alle quali il tipico filosofo continentale, e penso all'italiano per via della mia formazione, inorridirebbe atterrito. Per lui, se ogni pagina non contiene i nomi Hegel, Platone, Aristotele, Spinoza, e via dicendo è una pagina errata.
Si pensi solo al fatto che il filosofo sul quale ho redatto la mia tesi di laurea, Donald Davidson, quando vinse il prestigioso Premio Hegel si recò di corsa in una libreria a comprare un'introduzione a questo filosofo perché non aveva la più pallida idea di cosa avesse scritto!
Sarei veramente curioso di sapere cosa ne pensò, quando ne scoprì i temi!

Mark Rowlands appartiene a questa linea di pensiero: perlomeno, per quanto riguarda questo suo libro che è l'unico che ho letto. Per cui tutte le citazioni di Aristotele, Kant, Wittgenstein che troverete nel suo libro sono citazioni blande. Sono temi presi per incanalare il discorso, o per abbellirlo, perché comunque di un libro si tratta e deve essere anche vendibile ed appassionante.
Non avrete mai la sensazione di leggere qualcosa fuori dalla vostra portata, a mio parere; non avrete mai la sensazione di leggere qualcosa di tecnico, di specifico, di dotto o semplicemente pedante e borioso. Alcuni punti potranno essere un po' pesanti, ma sappiate che c'è più etologia e scienza che filosofia pura, in questo libro.
Mark Rowlands scavalca il classicismo, lo conosce, lo ha assimilato ma non ci si ferma, presumibilmente perché lo considererebbe inutile. Potremmo dire che i filosofi classici sono come gli islamisti che reputano il Corano non-interpretabile.
Rowlands cita anche Kant, o Aristotele, ma lo fa con cognizione di causa, perché contestualizza la filosofia che ha studiato ma non per portarne le idee al giorno d'oggi, bensì perché lui parte del presupposto che molte di quelle idee andavano bene a quei tempi, erano maturate in ben altre stagioni.
Lui ci parla dell'uomo, dell'etica, della natura, dell'evoluzione e del comportamento animale dal punto di vista del 21° secolo. Il tutto però narrato, intrecciato, all'interno della biografia frammentaria della sua vita assieme a Berin, anzi, forse più della vita di Berin e di riflesso la sua. C'è quindi una progressione cronologica in questo libro che si struttura come un discorso al di sopra della sua produzione filosofica, come se ne raccontasse la genesi intellettuale.
E' un discorso attuale, moderno, e dunque anche se potrete perderne alcune sfumature, il senso complessivo resta.
E il senso complessivo è che l'uomo, dopo aver scoperto che la terra gira attorno al sole che gira attorno a una galassia che gira assieme ad altre galassie in un ammasso locale che gira spaesato e senza meta in un universo il cui spazio è in espansione... che quest'uomo la cui libertà è più narrata che vissuta, stretta fra le esigenze di instinti animali, nevrosi, pulsioni inconsce... quest'uomo che non è nato per mano di un genio della lampada ma come dura evoluzione, piena di errori, a partire da antenati scimmieschi... quest'uomo deve "ridimensionarsi". Quest'uomo moderno, così bravo e forte, che ha scoperto così tante cose che l'hanno messo in crisi nella sua perfezione e centralità deve ora imparare a vivere in base a ciò che ha scoperto.
Ecco cosa significa che deve imparare dal lupo: ora che le sue scienze hanno ridato (o meglio, stanno ridando) dignità agli animali non umani, l'uomo deve imparare da loro. A fare che? A non sentirsi superiore. A non essere l'eletto.
Certo, molte tesi saranno criticabili, altre saranno un po' superficiali per un filosofo, altre saranno un po' pesanti per un lettore della domenica. Ma ogni volta che il discorso prenderà una brutta piega, il muso appuntito con gli occhi a mandorla del Lupo Brenin si affaccerà e mitigherà il discorso, riattirando la nostra curiosità.
Assolutamente, però, non pensate a tutto ciò in termini blandamente buonisti: non dobbiamo mica imparare ad essere cuccioli. Dobbiamo imparare a seguire le orme di quell'animale che lotta, a volte fino alla morte, con i propri simili per imporsi; quell'animale che attacca e ammazza e dilania altri animali, a volte solo per tenersi in forma; quell'animale (come il cane-lupo Tess) quando vede il cadavere di Brenin lo annusa, e se ne va a giocare, disinteressata.
Un aneddoto ci viene raccontato da Rowlands e successivamente richiamato varie volte come esempio. Brenin è piccolo, ma come ogni lupo cerca uno scontro con altri cani, che forse lui confonde per lupi o semi-lupi, per fare il tipico gioco violento di un lupo che deve imparare a vivere da lupo; un giorno incontra un pitbull di un amico di Mark, e comincia a corrergli intorno e rompergli le balle, finché il pitbull Rugger si stanca.
"Dopo un po' Rugger perse la pazienza, afferrò Brenin per il collo e lo inchiodò a terra. Va ascritto a suo grande merito il fatto di essersi limitato a questo. Avrebbe potuto spezzare il piccolo collo di Brenin cucciolo come un ramoscello. Ma è stata la reazione di Brenin quella che mi rimarrà per sempre dentro. La maggior parte dei cuccioli si sarebbe messa a guaire per lo shock e il terrore. Brenin ringhiò. E non era il brontolio di un cucciolo, ma un ringhio profondo, calmo e sonoro in contrasto con la sua tenera età. Questa è forza." (citazione)
Rowlands lo dice più volte: dobbiamo imparare a ringhiare con rabbia selvaggia.

Un magnifico libro di filosofia, che narra una magnifica esperienza di vita.

E ricordatevi sempre: la filosofia non serve a nulla. Non nel senso che sia una coglionata, ma nel senso che non ha nessuna utilità per scopi pratici. Certo, c'è l'insegnamento e fin troppi filosofi pensano che questo sia il senso dello studiare la filosofia. Mal'insegnamento è un lavoro, e non deriva dallo studio della filosofia, tanto quanto lo studiare economia ci faccia diventare imprenditori, o il fare l'ingegnere ci faccia lavorare alla Nasa. 
La filosofia è semplicemente un ragionamento critico e ben strutturato che mira a farci analizzare la struttura di un ragionamento, e che ci insegna che un ragionamento deve essere sempre il più razionale e critico possibili.
Perché, come dice Spooner: molta gente avrebbe un gran bisogno di essere scoraggiata (citazione).

"Che cosa significa essere un uomo io l'ho imparato da un lupo." (citazione)

Per informazioni su Mark Rowlands:


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