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Cees Nooteboom: Tumbas

Stato lettura: LIBRO CONCLUSO IL 08/05/2018
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«La maggior parte dei morti tace. Per i poeti non è così. I poeti continuano a parlare.» Perché comunicano a ognuno qualcosa di personale e accompagnano diversi momenti della nostra vita, innescando con noi un dialogo intimo al di sopra dello spazio e del tempo. Per questo Cees Nooteboom, nel corso di trent’anni di viaggi per il mondo e attraverso i cieli della letteratura, ha visitato le tombe dei grandi scrittori e filosofi che lo hanno segnato, raccogliendo quello che, dietro una lapide di marmo, un monumento bizzarro, un’epigrafe toccante o l’incanto di un’atmosfera, hanno ancora da raccontare. Dal famoso Père-Lachaise di Proust e Oscar Wilde alla pittoresca collina sopra Napoli che ospita Leopardi, dalla cima del monte Vaea, nelle isole Samoa, dove è sepolto R.L. Stevenson, a Joyce e Nabokov in Svizzera. Calvino a Castiglione della Pescaia, Melville in un angolo sperduto del Bronx, e Kawabata nel suo Giappone; Keats e Shelley accanto a Gregory Corso nel romantico Cimitero Acattolico di Roma; Brecht a due passi da Hegel a Berlino est; Brodskij insieme a Pound nell’isola veneziana di San Michele, e il Montparnasse di Baudelaire, Beckett e Sartre, a cui ha scelto di unirsi anche Susan Sontag. Ogni tomba è un lampo sul mondo dello scrittore che la occupa, rievocando una poesia, un frammento di vita o di libro, ispirando folgoranti riflessioni e inattesi collegamenti, in un appassionante pellegrinaggio indietro e avanti nella storia della letteratura e del pensiero, che con Nooteboom diventa una meditazione poetica sull’uomo, il tempo e l’arte. Mentre a ogni pagina cresce il desiderio di andare a leggere e rileggere le opere dei suoi cari immortali.

Recensione

Un libro scritto più per se stesso, che per gli altri. E cosa c'è di nuovo, si potrebbe dire? Be, in effetti molte volte questo è un punto a favore, ma non in questo caso. Perché qui non ci troviamo di fronte ad un libro, ma a un quaderno di appunti. Sostanzialmente metà libro è da buttare: foto di lapidi banali e inutili; capitoli dedicati ad autori che contengono solo qualche citazione dell'autore stesso, perlopiù poche righe, senza una introduzione, una spiegazione o un commento; altri capitoli riguardanti autori poco noti dei quali magari qualcosa di più si poteva raccontare. A volte emergono alcune perle, perché l'autore oltre a un gran bagaglio culturale, ha anche una magnifica scrittura, però manca veramente quello che poteva trasformare queste pagine in un bel libro. Il capitolo su Leopardi è quasi insopportabile tanto è banale e scontato. Bello quello su Stevenson. Ci sono, certamente, dei punti a favore per consigliare questo libro, ma penso che prima di questo ci siano un sacco di altri libri da leggere. Di buono c'è l'introduzione dell'autore, molto bella e nostalgica, e ciò che - dalle parti più personali, che sono poche - questo libro avrebbe potuto essere, cosa che ci viene continuamente ispirata dalla capacità dello scrittore di riuscire ad unire il sacro con il profano in quei pochi momenti in cui decide di essere lui l'autore di questo libro, e non le citazioni.
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