Michael Punke, Revenant

MICHAEL PUNKE

Revenant

Stato lettura: LIBRO CONCLUSO IL 14/01/2016

Recensione

Boschi fitti, avamposti sperduti, montagne insuperabili, sopravvivenza estrema. E poi ancora lunghi fucili a pietra focaia, bisonti, indiani sempre sul piede di guerra, vestiti di pelle sfrangiati, pelli di castoro, storie davanti al fuoco di un bivacco... È questo il mondo dei trapper, i cacciatori di pellicce che tra la fine del Settecento e la prima metà dell'Ottocento fondarono nel West il fruttuoso e affascinante regno del commercio delle pellicce. Quante volte questo periodo è stato immortalato nei romanzi che tanto amiamo? A me vengono in mente Passaggio a Nord Ovest di Kenneth Roberts e Il grande cielo di A.B. Guthrie, ma se ce ne sono altri di sicuro basterebbero le dita di una mano per contarli tutti.
Einaudi ha deciso di colmare questa lacuna (ovviamente tipicamente italiana) dando alle stampe il libro di Michael Punke che in America ha riscosso un grande successo: Revenant. La storia vera di Hugh Glass e della sua vendetta.

Il romanzo è un'epopea e allo stesso tempo uno spaccato perfettamente riuscito della vita quotidiana dei trapper e dei cacciatori di castori. Con la scusa di raccontare la vicenda, realmente avvenuta, di Hugh Glass, Punke mescola alla storia tante piccole, preziose informazioni su come vivevano i trapper, ma anche su chi erano, su cosa cercavano, su come morivano.
Con una struttura a metà tra un saggio e un romanzo, ma con uno stile piano, equilibrato, chiaro e senza nessun tipo di abbellimento, Punke ricrea in modo perfetto la brutta ma avventurosa storia di Glass, che negli anni intorno al 1820, durante una spedizione di caccia, viene assalito da un'orsa, che lo fa letteralmente a fette. Soccorso alle bell'e meglio dai suoi compagni, Glass viene prima abbandonato dal gruppo, poi pure dai due compagni che erano rimasti con lui promettendo di scavargli la fossa. John Fitzgerald e Jim Bridger gli porteranno via le armi e lo lasceranno per morto, ma Glass non è ancora pronto per la sua fossa e lotterà con tutto se stesso per sopravvivere e prendersi la sua vendetta.
Tra le atroci ferite subite, gli Arikara ostili, i Mandan e i Sioux bene o male amici, e altre accozzaglie di relitti umani, l'odissea di Glass si dipana lungo il corso dei fiumi che nel suo percorso, come nel romanzo, fungono da filo solidissimo per tutte le vicende. Cacciando per sopravvivere e nascondendosi dagli indiani, Glass seguirà quel sentimento di vendetta che lo nutre ormai più del cibo stesso; incrocerà la vita e i percorsi di altri personaggi - una fauna sempre diversa e con qualcosa da raccontare - tenendosi sempre sull'orlo dell'abisso, al confine tra vita e morte, squarciato nel corpo ma non nello spirito.
Revenant è un romanzo che mescola sapientemente personaggi reali a personaggi immaginari, posti davvero esistiti a posti frutto della fantasia dell'autore, ma alla base di tutto c'è una ricostruzione storica davvero minuziosa, fin nei dettagli (come le cure per le ferite o le risorse di cibo). C'è una rappresentazione dei personaggi notevole, con un'ampia "gamma" di figure non solo diverse tra di loro ma anche assolutamente coerenti con quel preciso periodo storico.
Non ci sono grossi colpi di scena, ma alla fine il romanzo mantiene ciò che promette: una storia di vendetta, con parecchia azione e tanta, tantissima atmosfera. Punke riesce a dare un ritmo costante alle serie di capitoli, e la facilità di lettura dovuta al suo stile limpido non permette di chiudere il libro facilmente.
Gli indiani acquattati nel sottobosco, gli alci e i cervi all'abbevarata, i bisonti al pascolo, il rumore costante dei fiumi... questo e molto altro Punke riesce a farcelo sentire davvero, come riesce a farci vedere i grossi, sporchi e barbuti uomini delle montagne che bivaccano mangiando carne secca o lingua di bisonte arrosto.

Giudizio

Voto:
Magnifico. Perché? Perché è scritto bene.
La storia è quasi reale. "Quasi" perché, trattandosi di un'avventura del 1820 avvenuta in zone degli Stati Uniti al tempo ancora zona inesplorata e di conquista, è più ammantata dalla leggenda che dai fatti storici. Tuttavia su alcuni punti la storia è chiara e ben documentata: Hugh Glass partecipava a una battuta di esplorazione della nascente Rocky Mountain Fur Company, una società neonata di commercio di pellicce. I suoi "trapper" dovevano esplorare nuove zone lungo il Missouri e altri fiume alla ricerca di zone di caccia.
Durante una battuta Glass fu attaccato da un Grizzly e ferito gravemente, quindi lasciato nelle mani di due suoi compagni di avventura, Fitzgerald e Bridge, che invece lo abbandonarono al suo destino rubandogli tutto, dandolo per definitivamente morente, e da lì partì il viaggio di Glass, guarito miracolosamente, alla ricerca della vendetta.
La storia è molto probabilmente veritiera per via anche solo del finale: Glass non potè mai vendicarsi, perché Bridge, non pienamente colpevole, fu perdonato (e di Bridge ci sono notevoli testimonianze storiche poiché ebbe una vita piuttosto di successo) mentre FItzgerald, il vero cattivo, diventato soldato era pressoché intoccabile.
Se la storia fosse finta, sarebbe finita in ben altra maniera.
Punke, esplicitamente nelle note al libro, dice che a partire da questi fatti storici ricrea la storia complessiva inserendovi fatti inventati.
Il pregio del libro è che, se da un lato l'avventura già di suo è intrigante, e lo scrittore la ricrea in maniera realmente avvincente, dall'altro Punke sfrutta l'occasione per ricreare uno spaccato di quella vita selvaggia in terre selvagge. Così assistiamo a scene di vita dei trapper e del loro lottare per sopravvivere, della loro familiarità con la morte che si mostra in molti modi diversi, con gli indiani, e ne restiamo affascinati senza ombra di dubbio.
Le mandrie di bufali, i branchi di lupi, le trappole per castori e puzzole, indiani ribelli e indiani amichevoli, fortini abbandonati nel mezzo dei monti, monti immensi e innevati, neve, fiumi gelati e in piena... Il libro è bello, affascinante, avvincente, raccontato in maniera un po' da film ma comunque resta un gran libro che potrebbe diventare un classico della letteratura americana.
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