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Suraya Sadeed: Le lezioni proibite

Stato lettura: LIBRO CONCLUSO IL 25/11/2015
Voto: leggi la recensione
Quando fa ritorno nell'Afghanistan dei talebani, dopo il ritiro dei sovietici, Suraya non riesce a credere ai propri occhi. Lei che a Kabul è nata e si è laureata, non può non sconvolgersi di fronte a quella devastazione, quella povertà, quell'arretratezza. In uno dei famigerati campi delle vedove, dove migliaia di donne si aggirano lacere e affamate, sfruttate come schiave del sesso, le si fa incontro un fantasma coperto dal burka. Il fantasma, di cui scorge solo una mano devastata, la riconosce. È una sua coetanea, poco più che quarantenne, laureata allo stesso college, probabilmente di buona famiglia. Vergognandosi di se stessa, così come si è avvicinata la donna se ne va, senza lasciare tracce. Quell'incontro diventa per Suraya l'immagine simbolo di un regime che ha d'un tratto cancellato i diritti di metà della popolazione. Le donne non possono più lavorare, studiare, curarsi. Quelle che rimangono senza un marito sono condannate alla miseria. Per Suraya, l'unico modo per spezzare questo circolo vizioso è dare un'istruzione alle ragazze. Così, decide di aprire per loro una scuola segreta, nelle stanze di una vecchia pensione. Tutti rischiano, lei, le insegnanti, le ragazze. Della scuola non si parla mai, né al telefono né per lettera, nessuno deve sapere. Ma, pur nascosta, la scuola arriva a contare centinaia di allieve. Perché, come dice un detto afghano, goccia dopo goccia si forma un fiume.

Recensione

Allora, il discorso è complesso. A livello prettamente letterario, il libro non è chissà che cosa ma è leggibile. Certo da una biografia non ci si può aspettare molto, ma qualche escamotage narrativo si poteva utilizzare, e invece qui non c'è. La narrazione punta troppo sul diventare un esempio, sul simbolismo. La sua vita in America, la morte di suo marito, i primi viaggi, tutto quanto è incentrato sul tema della crescita spirituale, sull'imparare dai propri errori, e via dicendo, ma in maniera quasi puerile.
E' da ringraziare per averci fatto scoprire il suo mondo, e per ciò che ha fatto per i terremotati, e le bambine. Ma con un "ma".
Il problema è però un altro, ovvero le opinioni personali che vengono fuori dal libro. Nonché la veridicità di quanto raccontato.
Partiamo dall'ultimo punto, innanzitutto. Fin dall'inizio come dicevo il libro si struttura sulla formazione individuale. Lei impara a partire dalle cose che le succedono. Vabbé, può anche essere, ma qui pare tutto un po' troppo strutturato. Durante la sua prima missione in Afghanistan mi ha messo la pulce nell'orecchio la facilità con cui combina il viaggio, con cui si procura 10.000 coperte (diecimila), la facilità con cui le trasporta. L'incontro col primo brigante che poi lei fa "crescere" è veramente eccessiva, da romanzo rosa. Ma i conti non mi tornavano. Una coperta di lana grossa ha un bell'ingombro, e 10.000 coperte sono tantissime. Ok per i camion, ma quanti cammelli ha usato durante la traversata del passo?
Ma il peggio deve ancora venire. Prima di partire per la sua prima missione una vecchina afghana, negli USA, le aveva donato 17 dollari che era tutto ciò che poteva donare, e lei al ritorno le dice che con quei soldi comprò ben 4 coperte. Questo significa che 10.000 coperte erano circa 40.000 dollari, arrotondando per difetto. Mettici l'aereo, il noleggio camion, le bustarelle, i visti, i pasti, i pernotti, e quei cazzo di duemila cammelli, quanto ha speso in tutto? Teniamo conto che era partita con 35.000 dollari che già di per sè non bastavano neanche per le coperte.
Ba vabbé, ci potrà anche stare. Tuttavia è eccessiva la sua facilità nel muoversi in Afghanistan, anche rompendo le regole sociali millenaria. E' veramente eccessiva, nonché sono eccessivi gli aneddoti che le accadono durante il viaggio. Sono troppi, troppi, e le troppe coincidenze sono sempre... troppe. Ve le trovate di fronte in tutto il libro, di continuo, una dopo l'altra. Al lotto questa donna avrebbe sbancato di brutto!
Ma le opinioni personali sono la peggior parte del libro, a mio avviso. Posto che ho sempre avuto ammirazione per chi porta aiuti, al punto che ho fatto donazioni ad Emergency nonostante vorrei prendere a cazzotti Gino Strada, dubito che sia da un lato utile all'associazione stessa, dall'altro utile a chi l'associazione aiuta. Ora, innanzitutto Suraya continua a insistere che esistono talebani buoni: questo non significa per niente, però, che i talebani NON siano cattivi, come pare invece emergere nel libro. Questo significa invece che alcuni talebani non sono degli assassini. Il suo "buono" lei lo fa intendere ma non lo dice apertamente, e apposta, è un buono relativo. Certo, ogni "buono" è relativo: ma il suo è relativo agli altri talebani. E' insomma il relativo che ci può essere fra vari gradi di deterioramento di varie bistecche. Certo, alcune saranno meno schifose delle altre, e in alcuni casi potremmo non prendere malattie. Ma di certo non sarà un cibo salutare; e l afunzione primaria del cibo è che sia salutare. Ora, alcuni dei talebani che lei ha incontrato non l'hanno picchiata, ed altri le sono in parte venuti incontro: basta per definirli buoni, mentre attorno predomina la sharia con lapidazioni, fucilazioni, burka, divieto di libertà quali anche il solo ascoltare musica?
Questo www.youtube.com/watch?v=G4l267pCGdA non era un caso: era la norma. Era di più: era ciò che prescriveva la LEGGE in Afghanistan sotto i talebani. I talebani "buoni" erano forse quelli che avevano optato per la fucilazione piuttosto che la lapidazione. Zarmeena è comunque stata uccisa, e uccisa pubblicamente al Ghazi Stadium tra un tempo e l'altro di una partita, probabilmente. Khaled Hosseini è sempre afghano e potete leggere nel suo libro come veniva uccisa la gente.
Questi esempi di bontà sono frequenti nel libro. Bastano a giustificare i talebani? Ci si può nascondere dietro la frase "dobbiamo comprenderli"?
Dire che il Burka non è un'invenzione dei talebani ha qualche scopo? Può in qualche modo giustificarlo, o perlomeno diminuire le responsabilità del regime talebano?
Ma c'è un altro fatto ancora che mi da i nervi, ed è il giudizio che da Suraya della vita in occidente. Traspare nel suo libro che la sua vita precedente alla morte del marito, tutta incentrata sul fare soldi come agente immobiliare, era una vita inutile. Perché? Perché, visto che proprio quel lavoro da un lato le ha dato la possibilità di diventare ricca (non neghiamolo, quella donna è piena di soldi), dall'altro ha dato alla possibilità alla sua associazione di aiutare gli afghani?
Certo, il consumismo non è un bene. Ma è un male che ci permette di non giudicare in maniera radicale le altre persone. Da noi se vedi uno che lavoro, e guadagna, e spende, questo basta a mitigare il giudizio che possiamo dare sulla sua persona. E' comunque uno "che lavora sodo", anche se un indiano, un testimone di geova, un mormone, un musulmano, un ebreo, un palestinese, un nero. E da noi, se lavori sodo, puoi fare una vita agiata, puoi dare da mangiare ai tuoi figli. Nelle nostre scuole consumistiche puoi mandare tuo figlio di qualsiasi religione sia, o qualsiasi sia la sua carnagione. Certo, in alcuni casi verrà preso per il culo; in alcuni casi verrà a volte picchiato dai bulli; in alcuni casi ciò può sfociare in una tragedia. Ma, appunto, può accadere in alcuni casi.
Suraya accetta di buon grado il denaro, ma evita di applicare a quel denaro lo stesso metro che usa per sparare giudizi sui governi occidentali.
E poi, cara Suraya, non basta dire che "i talebani non sono originari dell'Afghanistan" per salvare tutti gli afghani. Non basta. Perché se ti salvi così la questione, allora tu NON sei un'americana come invece dici di essere. Se tu sei un'americana, allora i talebani sono afghani. Lo sono diventati quando sono stati accettati. Perché è questo che è successo.
No. Senza se e senza ma.
Continuare a portare avanti questi ideali non fa altro che portare e alimentare gli "ideali anti-capitalistici" tra la gente che lei andava ad aiutare. E fomentare così l'odio, figlio dell'invidia. Ideali che peraltro sono una cazzata, sono una interpretazione teorica, perché la realtà è che in Occidente puoi fare ciò che cazzo vuoi, e avrai sempre una legge dalla tua parte, che tu sia cristiano, mussulmano, testimone di Geova, e all'estremo che tu sia uno stupratore, un pedofilo, un assassino.
La Legge da noi non ha bandiera, sarà a volte poco parziale, lunga, ingiusta, ma nel complesso da noi funziona, perché non è condotta per mano dal clero.
Per concludere, ci terrei a sottolineare una cosa.
La Guerra in Afghanistan ha funzionato.
Non è stata una guerra di invasione, di conquista, di ideali religiosi, di imposizione di un modo di vedere. Ci si era semplicemente spaccati il cazzo degli estremisti islamici i quali, checché se ne pensi, non è che se li lasci da soli se ne stanno lì, perché verranno sempre a spaccarti la minchia!
L'Isis, attualmente, sta finanziando la sua guerra contro il capitalismo con il capitalismo, ovvero rifornendoci di opere d'arte e archeologiche rubate, e petrolio. Le basi, alcune basi, della nostra società. Se proprio volesse sconfiggerci, dovrebbe chiudere i rubinetti.
Gheddafi, Saddam, facevano i miliardi con l'Occidente. Erano dei dittatori spietati e criminali che vivevano nella bambagia, ma hanno spaccato la minchia comunque.
Comunque, dicevo, la guerra in Afghanistan ha funzionato, perché la guerra degli americani era non solo bombardamento, checché ne dica lei. E faccio presente che sebbene lei lo dica, in realtà nel libro stesso si legge che varie associazioni americane aiutavano già l'Afghanistan, anche senza di lei. Comunque l'esercito non è andato lì solo a bombardare, perché per fare alleanza con le varie tribù, ma anche senza uno scopo militare sotto, i genieri ricostruivano ponti, costruivano strade, l'esercito americano ha portato lì anche infrastrutture. E l'Afghanistan di oggi è erede di quella guerra, ovvero l'Afghanistan di oggi ha internet, ha industrie, ha aiuti commerciali, ma ha soprattutto una vita proprio. La gente trova lavoro, le donne posso studiare e lavorare, i ragazzi possono formare gruppi musicali. Anche Heavy Metal, se vi interessa, ce ne sono vari a Kabul che trovate anche su Internet, e fanno pure un festival! Certo, in piccolo, ma se teniamo conto che ai tempi dei Talebani ogni musica era bandita anche quella tradizionale afghana, si capisce bene la differenza.
Provate ad andare su questa stazione radio afghana Arman.FM, sentirete parlare anche delle donne!
Guardate questa pagina Facebook: https://www.facebook.com/places/Cosa-da-fare-a-Kabul/102164239825190/
O provate a guardare questa pagina degli universitari di Kabul e cliccate magari sui profili degli iscritti.
In Afghanistan è stata fatta una scelta, anni fa, e quella scelta è stata l'Islam. Di conseguenza c'è stata una scelta: Osama. E hanno pagato.
Ora devono fare una nuova scelta, visto che gli americani li stanno lasciando: e la scelta pare già orientarsi verso l'errore.
Di chi è la colpa?
Vuoi saperne qualcosa di più? Controlla se ho inserito citazioni di Suraya Sadeed

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