NOTA: Metto tutte le citazioni nella stessa pagina perché non ho più voglia di creare una pagina ciascuna, vi vada bene così altrimenti tranquilli che il web è pieno di altri siti.
Introduzione
Le pratiche attraverso cui le società passate hanno messo a rischio se stesse, distruggendo il loro ambiente, rientrano in otto categorie, la cui rispettiva importanza varia da caso a caso: deforestazione e distruzione dell’habitat, gestione sbagliata del suolo (con conseguente erosione, salinizzazione e perdita di fertilità), cattiva gestione delle risorse idriche, eccesso di caccia, eccesso di pesca, introduzione di specie nuove, crescita della popolazione umana e aumento dell’impatto sul territorio di ogni singolo individuo.
[...]
I problemi ambientali che ci troviamo ad affrontare oggi sono gli stessi otto pericoli che minacciarono le società del passato, con l’aggiunta di altri quattro: cambiamenti climatici dovuti a intervento umano, accumulo di sostanze chimiche tossiche nell’ambiente, carenza di risorse energetiche ed esaurimento della capacità fotosintetica della Terra.
[...]
Molto piú probabile di uno scenario apocalittico, con l’estinzione della razza umana e il catastrofico collasso della civiltà industriale, sarebbe piuttosto un futuro caratterizzato da standard di vita significativamente inferiori a quelli odierni, da rischi cronicamente superiori e dalla crisi di quelli che consideriamo alcuni dei nostri valori-chiave. [vedi anche
questa sua intervista]
Montana
Ecco come si forma un affioramento salino: il suolo del Montana orientale è ricco di sali solubili in acqua (in particolare di sodio, calcio e solfati di magnesio), presenti nella composizione delle rocce e nei sedimenti marini (dato che gran parte della regione era un tempo coperta dall’oceano). Al di sotto del livello del suolo c’è una zona di substrato roccioso (scisto, arenaria o carbone) che ha bassa permeabilità all’acqua. Negli ambienti secchi del Montana orientale, coperti di vegetazione, quasi tutta la pioggia che cade è subito assorbita dalle radici delle piante che la restituiscono, tramite traspirazione, all’atmosfera, lasciando secco il suolo al di sotto dello strato delle radici. La pratica dell’alternanza tra coltura e maggese prevede che a un anno di coltivazione segua un anno in cui il terreno è lasciato incolto; durante l’annata di maggese, però, il terreno viene del tutto ripulito dalla vegetazione spontanea e non rimangono piú radici ad assorbire l’acqua piovana. L’acqua si accumula, cosí, nel suolo, satura il terreno al di sotto del livello delle radici e dissolve i sali che vengono poi sospinti verso la zona delle radici quando il livello della falda freatica sale. A causa del sottostante substrato di roccia impermeabile, l’acqua salata non penetra né si diffonde in profondità nel terreno ma riemerge piú a valle in una zona vicina, sotto forma di affioramento salino. Il risultato è che le varie colture stentano a crescere, sia nella zona a monte dove il problema si origina, sia nella zona a valle dove l’affioramento si manifesta. Il fenomeno degli affioramenti salini si è diffuso in gran parte del Montana dopo il 1940, in seguito ad alcuni cambiamenti introdotti nelle pratiche agricole: l’aumento dell’uso del trattore e di piú efficaci strumenti di coltivazione, l’uso di diserbanti per eliminare il manto di erbe spontanee durante l’annata di maggese e una maggiore quantità di terre lasciate a maggese ogni anno.
L'isola di Pasqua
L’isolamento di Pasqua spiega, probabilmente, perché il crollo di questa società ossessioni i miei lettori e i miei studenti piú di quelli di altre società preindustriali. I paralleli che si possono tracciare tra l’isola di Pasqua e il mondo moderno sono cosí ovvi da apparirci agghiaccianti.
[...]
La triste storia dei rapporti tra l’isola di Pasqua e il mondo occidentale può essere riassunta in poche parole. Dopo il breve soggiorno del capitano Cook, avvenuto nel 1774, un numero esiguo ma costante di europei si recò in visita all’isola. Come è stato documentato per le Hawaii, Figi e molte altre isole del Pacifico, si deve presumere che i nuovi arrivati abbiano introdotto malattie letali, cui gli abitanti dell’isola non erano mai stati esposti prima di allora, anche se la prima epidemia documentata fu quella di vaiolo del 1836. Cosí come avvenne su altre isole del Pacifico, Pasqua fu anche usata come serbatoio di schiavi: la tratta cominciò nel 1805 e culminò tra il 1862 e il 1863, l’anno piú orribile della storia dell’isola, quando una flotta di navi provenienti dal Perú si portò via circa 1500 persone (la metà della popolazione superstite). Gli isolani rapiti furono venduti all’asta e finirono a lavorare nei giacimenti di guano del Perú o a compiere lavori servili. La maggior parte di loro morí in cattività. Dietro pressioni diplomatiche, il Perú rimpatriò una dozzina di prigionieri sopravvissuti, che portarono un’altra epidemia di vaiolo sull’isola. Nel 1864 alcuni missionari cattolici si stabilirono su Pasqua. Nel 1872 erano rimasti sull’isola soltanto 111 individui. Nel decennio che va dal 1870 al 1880, i mercanti europei introdussero le pecore e occuparono parte delle terre dell’isola. Nel 1888 il governo cileno annesse al suo territorio l’isola di Pasqua, che diventò a tutti gli effetti un unico grande allevamento di pecore, gestito da una società scozzese con sede in Cile. Tutti gli isolani furono confinati in un villaggio e costretti a lavorare per i nuovi proprietari, che li pagavano in natura e non con denaro. Nel 1914 una nave da guerra cilena dovette sedare una rivolta scoppiata tra gli indigeni. Il pascolo delle pecore, delle capre e dei cavalli provocò l’erosione del suolo, tanto che attorno al 1934 non restava quasi piú nulla della vegetazione locale, e lo hauhau e il toromiro si erano estinti. Soltanto nel 1966 gli abitanti dell’isola di Pasqua divennero cittadini cileni.
Anasazi
Molti antropologi occidentali, cresciuti in società che considerano orribile il cannibalismo, rimangono sconvolti al pensiero che esso sia praticato da quegli stessi popoli che studiano con tanta passione; giungono cosí a negarne l’esistenza e ritengono che chiunque la pensi diversamente abbia dei pregiudizi razzistici. Rifiutano tutte le descrizioni che le stesse popolazioni indigene e i primi esploratori hanno dato del cannibalismo, considerandole voci inattendibili. Si lascerebbero convincere soltanto da un filmato girato da un pubblico ufficiale o, ancora meglio, da un antropologo. Ma tali filmati non esistono, per l’ovvia ragione che i primi europei a venire a contatto con popoli ritenuti cannibali hanno ripetutamente espresso il loro disgusto verso questa pratica e hanno minacciato severe sanzioni a chiunque la seguisse. Tali obiezioni hanno originato una disputa intorno ai numerosi ritrovamenti di resti umani presso i siti degli anasazi, che mostrano chiaramente l’esistenza di pratiche cannibalistiche in quella società.
Quando l’acqua di un lago, in seguito a evaporazione, diventa piú densa durante un periodo di siccità, il gesso (solfato di calcio idrato) si separa dall’acqua e si deposita sul fondale. L’acqua che contiene l’isotopo pesante ossigeno-18 subisce un processo di concentrazione durante il periodo di siccità, mentre quella che contiene il piú leggero ossigeno-16 evapora. I molluschi e i crostacei che vivono nel lago assorbono ossigeno per sintetizzare i loro gusci, che si preservano nei sedimenti lacustri. I climatologi, analizzando i sedimenti molto tempo dopo la morte di questi animaletti, possono calcolare la quantità relativa dei due isotopi. Una volta identificati i periodi di siccità o di pioggia (tramite i dati ricavati dallo studio del gesso e degli isotopi dell’ossigeno), la datazione al radiocarbonio di uno strato di sedimenti permetterà di calcolare, approssimativamente, l’anno in cui è prevalsa la siccità oppure la pioggia. Quegli stessi campioni di sedimenti lacustri forniscono ai palinologi informazioni sulla deforestazione (che è indicata da una diminuzione del polline proveniente dagli alberi della foresta e da un aumento del polline proveniente dall’erba), e sull’erosione del suolo (che si manifesta sotto forma di un deposito spesso di argilla e minerali, derivato dal suolo trascinato a valle dall’azione dell’acqua).
Vichinghi
La ragione per cui l’Islanda divenne il paese europeo con i problemi ambientali piú gravi non dipende dal fatto che vichinghi, di solito accorti e giudiziosi, una volta giunti sull’isola si abbandonarono a comportamenti irrazionali, ma dal fatto che si trovarono in un ambiente fragile, e ingannevolmente rigoglioso, che non erano preparati ad affrontare. Quando cominciarono a rendersi conto della fragilità del loro ambiente, i coloni cercarono di correre ai ripari. Cessarono di sprecare la legna, smisero di allevare le capre e i maiali, dannosi per l’ambiente, e abbandonarono gran parte delle aree montuose.
[Assoldato che anche a Pasqua i rapa nui non furono scriteriati è la stessa situazione con i topi a sostituire le cause avverse islandesi, ma non fu suficiente perché a Pasqua continuarono come nulla quasi fosse mentre i vichingi cambiarono drasticamente atteggiamento]
Come nel caso degli anasazi, anche il destino dei norvegesi è stato oggetto di molte interpretazioni e ipotesi, spesso basate su un’unica causa scatenante. Una delle teorie piú accreditate è quella del raffreddamento climatico, a volte invocato con formulazioni semplicistiche; per dirla con le parole dell’archeologo Thomas McGovern, l’idea di fondo è questa: «Diventò troppo freddo e morirono tutti». Altre spiegazioni monotematiche tirano in ballo lo sterminio da parte degli inuit, l’interruzione dei rapporti con l’Europa, una catastrofe ambientale o l’eccessivo conservatorismo della società norvegese. In realtà, il caso della colonia della Groenlandia è molto istruttivo, proprio perché in quell’occasione tutti e cinque i nostri fattori esplicativi entrarono in gioco.
Quasi tutti i tabú riguardano la carne e il pesce. Per esempio, i francesi mangiano le lumache, le rane e i cavalli, gli abitanti della Nuova Guinea mangiano i ratti, i ragni e le larve di scarafaggio, i messicani mangiano le capre e i polinesiani i vermi di mare. Tutti questi alimenti sono molto nutrienti e (se si prova ad assaggiarli) deliziosi, ma la maggior parte degli americani prova disgusto al solo sentirli nominare. La ragione fondamentale per cui la carne e il pesce sono spesso oggetto di tabú è che essi sviluppano batteri o protozoi piú facilmente dei cibi vegetali, e per questo possono provocare intossicazioni alimentari o altre malattie.
Quando gli archeologi hanno portato alla luce le rovine della cattedrale di San Nicola a Gardar, sotto il pavimento di pietra hanno trovato lo scheletro di un uomo con in mano il pastorale e con un anello al dito. Si trattava probabilmente dei resti di Johan Arnason Smyrill, vescovo di Groenlandia dal 1189 al 1209. L’analisi delle sue ossa con il metodo degli isotopi del carbonio mostra che la sua dieta consisteva per il 75 per cento di prodotti della terra (forse in gran parte manzo e formaggio) e soltanto per il 25 per cento di carne di animali marini (prevalentemente di foca). Un uomo e una donna vissuti nello stesso periodo e certamente di ceto sociale elevato (dato che furono seppelliti nella stessa cattedrale proprio accanto al prelato) consumavano il 45 per cento di carne di origine marina. Questa percentuale raggiungeva il 78 per cento negli individui di basso ceto dell’insediamento orientale e l’ 81 in quello occidentale.
[I soliti preti, persino tra i vichinghi in Groenlandia erano dei mangiaufo a sbafo]
Dovunque nel mondo, nelle innumerevoli battaglie che gli europei combatterono contro i popoli nativi incontrati sul loro cammino di conquista, le spade e le armature di acciaio diedero ai primi un enorme vantaggio. Per esempio nel 1532-33, durante la conquista spagnola dell’impero inca, furono combattute cinque battaglie in cui, rispettivamente, 169, 80, 30, 110 e 40 spagnoli massacrarono eserciti che andavano dalle migliaia alle decine di migliaia di inca, senza subire perdite e con pochissimi feriti. Le spade d’acciaio degli europei laceravano facilmente le armature di cotone degli indiani, e le armature di acciaio proteggevano gli spagnoli dai colpi delle armi di pietra o di legno. Dopo le prime generazioni, non ci sono prove che i norvegesi della Groenlandia abbiano continuato a possedere armi o armature di acciaio, ad eccezione di quell’unica cotta di maglia di ferro di cui sono stati rinvenuti alcuni frammenti e che sarebbe potuta appartenere a un visitatore europeo. Le uniche loro armi erano archi, frecce e lance di legno e osso, proprio come quelle degli inuit.
[...] [Tuttavia, tra vichinghi-groenlandesi e inuit non vi furono rapporti, non c'è alcuna testimonianza di collaborazioni né di soluzioni inuit ereditate dai coloni vichinghi, cosa che avrebbe potuto forse salvarli o perlomeno aiutarli]
Da cristiani seguaci della Chiesa di Roma, come tutti gli altri europei dell’epoca, non potevano che provare disprezzo per quei pagani.
Nella colonia vichinga, dunque, ci si trovò di fronte a un contrasto tra gli interessi a breve termine degli individui al potere e quelli a lungo termine della società nel suo insieme. Molti dei valori propugnati dalle autorità civili e religiose si dimostrarono, alla fine, controproducenti. Ma quegli stessi valori erano stati per secoli alla base della forza della società; grazie a loro i norvegesi riuscirono a creare una comunità unica nel suo genere, che rimase per 450 anni l’avamposto piú remoto d’Europa. Dobbiamo stare attenti a etichettare questo esperimento come un «insuccesso», perché comunque durò piú a lungo di quanto la società americana di lingua inglese e origine europea sia durata finora. Ma alla fine i capi groenlandesi si ritrovarono senza seguaci. L’ultimo diritto che si arrogarono fu il privilegio di essere gli ultimi a morire di fame. [Una colonia che dura 450 anni in un ambiente altamente ostile è un successo, senza ombra di dubbio!]
Nuova Guinea
[Nella gestione di una società e del suo territorio sono teorizzabili] due strategie contrapposte, che con espressione ormai consolidata etichetteremo bottom-up (dal basso verso l’alto) e top-down (dall’alto verso il basso).
[Bottom-up: dai cittadini verso la comunità, ad esempio associazioni di cittadini che si autofinanziano per gestire e controllare la parte di territorio e di società che gli compete (una via, un quartiere, un villaggio, ecc.). Top-dowv: dall'alto verso il basso ovvero da un centro di controllo superiore a scendere ai singoli cittadini, ad esempio lo stato, il re, la municipalità, ecc. Le piccole comunità come realtà tribali, popolazioni di isole, società tradizionali in genere sono bottom-up; il Nuovo Mmondo, con stati, organi federali, ecc. è invece tipicamente top-down. Le due tipologie di gestione possono anche coesistere ma nNel capitolo sul Giappone spiega come la gestione "top-down" "portata alle estreme conseguenze non lascia alcun margine all'iniziativa dei singoli".]
Gli altipiani della Nuova Guinea sono, a livello mondiale, uno dei grandi successi della strategia bottom-up. Sono abitati da circa 46 000 anni da una popolazione che, fino a poco tempo fa, è stata praticamente isolata dal resto del mondo, con l’eccezione di qualche scambio di beni di lusso (quali le conchiglie di ciprea e le piume dell’uccello del paradiso) con le società vicine. La Nuova Guinea, grande isola equatoriale situata a nord dell’Australia, è caratterizzata dalla presenza di una foresta tropicale pluviale sui bassipiani costieri e da un entroterra dall’orografia complessa: creste montuose e vallate si alternano fino a culminare in una catena di montagne coperte da ghiacciai e alte fino a 5030 metri. L’asprezza del territorio costrinse gli esploratori europei a restare confinati sulle zone costiere e lungo i fiumi per quattro secoli, con la convinzione che il resto dell’isola fosse coperto di foreste e del tutto disabitato. Fu uno shock, dunque, quando negli anni Trenta del secolo scorso i primi aerei sorvolarono l’interno. Gli occidentali stupefatti videro scorrere sotto di loro un paesaggio agricolo, abitato da milioni di individui di cui non si sospettava nemmeno l’esistenza: ampie vallate aperte punteggiate di boschetti e suddivise a perdita d’occhio in orti ben disegnati, separati tra loro da canali d’irrigazione e di drenaggio, simili ai polder olandesi; ripidi pendii collinari su cui erano stati ricavati dei terrazzamenti che facevano venire in mente l’Indonesia o il Giappone; e villaggi circondati da palizzate difensive. Subito si intrapresero le prime spedizioni via terra, nel corso delle quali gli europei entrarono in contatto per la prima volta con un popolo di agricoltori, che coltivavano il taro, le banane, l’igname, la canna da zucchero e le patate dolci, e che allevavano i maiali e i polli. Oggi sappiamo che le prime quattro colture sopra elencate (insieme ad altre di minore importanza) furono domesticate in loco e che gli altipiani della Nuova Guinea furono uno dei pochissimi (nove in tutto) luoghi al mondo in cui l’agricoltura fu «scoperta» in modo autonomo. Le terre degli altipiani sono coltivate ininterrottamente da 7000 anni, il che fa della zona uno dei piú interessanti e longevi esempi di gestione sostenibile del suolo.
[...]
L’apparenza, spesso, inganna. Gli «arretrati» neoguineani usano tecniche agricole cosí sofisticate che gli agronomi europei hanno tuttora difficoltà a capire perché, in alcuni casi, i metodi tradizionali funzionano mentre le innovazioni introdotte, con le migliori intenzioni, dagli occidentali non hanno dato i risultati che ci si aspettava. Si racconta ad esempio la storia di un esperto europeo che vide un orto coltivato a patate dolci, situato su un terreno a forte pendenza e in una zona umida, con canali di drenaggio verticali che scorrevano a perpendicolo giú per il pendio. Era un errore madornale, secondo le piú elementari regole dell’agronomia, che prescrivono in quei casi canali orientati in orizzontale seguendo i contorni dell’orto. In soggezione di fronte alla saggezza occidentale, i locali scavarono nuovi solchi di scolo, con il risultato che l’acqua si accumulò nei canali e al primo acquazzone una frana si portò via tutto. I neoguineani, molto prima dell’arrivo degli europei, avevano imparato che i canali di drenaggio verticali si confacevano meglio alle condizioni di piovosità e alle caratteristiche del suolo tipiche degli altipiani.
Giappone
Tokugawa Ieyasu decise che gli europei e la cristianità costituivano una minaccia alla stabilità dello shogunato e del Giappone (a posteriori, se si guarda alle vicende della Cina, dell’India e di molti altri paesi, dove l’arrivo di mercanti e missionari fu seguito dall’intervento militare, si capisce che i timori di Ieyasu non erano affatto infondati). Nel 1614 Ieyasu bandí il cristianesimo e cominciò a torturare e a condannare a morte i missionari e tutti coloro che si rifiutavano di rinnegare il nuovo credo. Nel 1635 lo shogun arrivò a proibire ogni viaggio al di fuori del paese. Quattro anni dopo, espulse dal Giappone i pochi commercianti portoghesi rimasti. Per il Giappone cominciò, dunque, un periodo di isolamento che durò piú di due secoli.
Ruanda: Genocidio Hutu-Tutsi
Thomas Malthus, fondatore della demografia, nel suo Saggio sul Principio di Popolazione del 1798 sostenne che il tasso di crescita della popolazione umana avrebbe presto superato quello della produzione alimentare, per una semplice ragione matematica: il primo cresceva con una legge esponenziale mentre il secondo con una legge lineare.
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Quando la popolazione cresce, anche gli individui in piú (che si aggiungono al numero preesistente) si riproducono, come avviene con l’interesse composto, in cui gli stessi interessi maturano altri interessi. È questo che rende possibile una crescita esponenziale. Al contrario, l’aumento della quantità di un raccolto non fa moltiplicare automaticamente la quantità di terreno seminato, ma porta soltanto a una crescita costante nel tempo della produzione alimentare: è un fenomeno lineare. Dunque la popolazione tenderà a espandersi, consumando tutto il cibo disponibile senza lasciare alcuna eccedenza, a meno che la crescita demografica sia arrestata dalla carestia, dalla guerra, da malattie o da misure preventive adottate dalla popolazione (come la contraccezione o il celibato). Secondo Malthus, l’idea ancora oggi molto diffusa che si possa promuovere la felicità umana soltanto aumentando le risorse senza, allo stesso tempo, tenere sotto controllo la crescita demografica è destinata a essere smentita, in modo spesso tragico.
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[In Ruanda] Nel 1985 tutti i terreni arabili, a eccezione di quelli nei parchi nazionali, erano coltivati. Tra il 1966 e il 1981 la produzione alimentare pro capite aumentò di pari passo con la popolazione, ma poi declinò per vari motivi fino a tornare ai livelli dei primi anni Sessanta. È un classico caso di malthusianismo: piú cibo, ma anche piú bocche da sfamare, e dunque nessun aumento nella quantità di calorie disponibile a persona.
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La decisione di uccidere fu naturalmente presa dai politici, per ragioni politiche. Almeno in parte, però, questa deliberazione fu messa in pratica in modo straordinariamente efficace dai singoli contadini nei loro vari ingo [clan] perché c’era la sensazione che le persone fossero troppe e che la terra fosse troppo poca, e che riducendo il numero degli individui ci sarebbe stata piú terra per i sopravvissuti.
[Sul genocidio in Ruanda] Anche se lo sterminio era organizzato dal governo e realizzato in gran parte dai civili, le istituzioni e gli osservatori esterni, da cui ci si sarebbe aspettati un comportamento diverso, si dimostrarono inetti, quando non corresponsabili. In particolare la chiesa cattolica ruandese non offrí alcuna protezione ai tutsi, e sembra che alcuni preti e suore siano intervenuti attivamente nel genocidio. Le Nazioni Unite, che avevano un piccolo contingente di pace in Ruanda, ordinarono il ritiro delle truppe dal paese e se ne lavarono le mani; il governo francese inviò delle truppe, ma prese le parti del governo hutu e si schierò contro gli invasori ribelli. Per giustificare questa presa di posizione, le Nazioni Unite, il governo francese e quello degli Stati Uniti parlarono di «caos ingestibile», «situazione confusa» e «conflitto tribale», classificando il massacro come ordinaria amministrazione africana. Contro ogni evidenza, ci si rifiutò di credere che era in atto una vera opera di pulizia etnica.
Una qualsiasi «spiegazione» del perché sia accaduto un genocidio può essere fraintesa e vista come una «scusante». Ma indipendentemente dalle cause che si tirano in ballo (siano esse una sola o 73 diverse), la ricerca di una spiegazione non diminuisce la responsabilità personale dei perpetratori del genocidio nei confronti delle azioni commesse. Questo è un fraintendimento che si verifica regolarmente quando si discute delle origini del male: la gente inorridisce al pensiero di qualsiasi ricerca di cause, perché confonde le spiegazioni con le giustificazioni. Ma è importante che si comprendano le ragioni del genocidio ruandese, non perché in questo modo possiamo giustificare gli assassini, ma per trarre vantaggio da questa conoscenza allo scopo di limitare i rischi che tali vicende si ripetano, in Ruanda o altrove.
[...]
Non si devono estremizzare certi ragionamenti e concludere che la pressione demografica porti automaticamente alla strage ovunque nel mondo. Non c’è un legame automatico tra una crisi malthusiana e il genocidio, come è ovvio se si pensa a paesi quali il Bangladesh (dopo i massacri del 1971), i Paesi Bassi e il multietnico Belgio. Viceversa, il genocidio può sorgere per cause ben diverse dalla sovrappopolazione, come è illustrato dal progetto nazista di sterminio degli ebrei e di altri «inferiori» o dalla Cambogia dei khmer rossi, che all’epoca dei massacri aveva una densità demografica pari a un sesto di quella del Ruanda. Concludo ribadendo che la pressione demografica fu una delle cause prime del genocidio ruandese, che a volte lo scenario piú tragico immaginato da Malthus si può concretizzare e che il Ruanda ne costituisce un esempio allarmante.
Repubblica Dominicana e Haiti
[A proposito di Ballaguer e della difficoltà di conciliare le sue riforme ambientalista con la sua dura dittatura] Forse non riusciamo a capire questa figura di uomo politico perché abbiamo dei pregiudizi. Ci aspettiamo forse, inconsciamente, che un politico sia «buono» o «cattivo» senza sfumature, come se una sua buona (o cattiva) qualità dovesse riflettersi in tutto quel che fa. Ci dà fastidio scoprire che qualcuno che ammiriamo per una particolare virtú non è, per altri versi, altrettanto virtuoso. È difficile riconoscere che non siamo coerenti con noi stessi in ogni aspetto della nostra personalità, ma che siamo piuttosto un mosaico di tratti caratteriali spesso in disaccordo tra loro, risultato delle diverse esperienze attraversate. Riconoscendo Balaguer come un ambientalista, temiamo forse che i tratti malvagi della sua personalità possano gettare ombra su una causa che ci sta a cuore. A questa obiezione rispondo con le efficaci parole di un mio amico: «Adolf Hitler amava i cani e si lavava i denti, ma questo non vuol dire che tutti noi dobbiamo odiare i cani e smettere di lavarci i denti».
[...]
Balaguer era un uomo incomprensibile e pieno di paradossi. Viene in mente la celebre frase che Winston Churchill usò per descrivere la Russia: «è un rebus avvolto in un mistero contenuto in un enigma». La difficoltà di capire Balaguer ci ricorda che la storia, come la vita, è complicata, e che non dobbiamo sempre cercare semplicità e coerenza.
La Cina
Naturalmente non è possibile imporre alla Cina di non aspirare ai livelli di vita del Primo Mondo, ma il nostro pianeta non è preparato a questa evenienza. [vedi sempre1
questa sua intervista]
L'Australia
La miniera è anche una chiave metaforica per comprendere la storia ambientale dell’Australia e la sua difficile situazione attuale. L’estrazione mineraria, fondamentalmente, non è che lo sfruttamento fino all’estremo di risorse che non si rinnovano con il tempo. Dato che l’oro non cresce nei campi anno dopo anno e che dunque non c’è bisogno di tener conto del ritmo con cui si rinnovano i giacimenti, i minatori estraggono il minerale da un filone fino a quando si esaurisce. L’estrazione di minerali deve essere, dunque, tenuta ben distinta dallo sfruttamento di risorse rinnovabili (agricoltura, selvicoltura e pesca), che si rigenerano per riproduzione biologica o per la formazione di un nuovo strato di suolo, e che possono essere sfruttate indefinitamente, a condizione che vengano prelevate con un ritmo piú lento rispetto a quello con cui si rinnovano. In caso contrario, anche queste risorse si esauriranno, come l’oro di una miniera. L’Australia ha sempre trattato le sue risorse rinnovabili (e continua a farlo) alla stregua di minerali: le sfrutta molto piú velocemente di quanto non si rigenerino. Se continuano questi ritmi, le foreste e le risorse ittiche australiane scompariranno molto prima dei suoi giacimenti di carbone e di ferro, fatto abbastanza paradossale, dato che pesci e alberi si riproducono, mentre i minerali no.
[L'Australia per Diamond è particolare e paradigmatica: è un paese del primo mondo, con standard di vita elevati, tipo occidentale, istruzione elevata, benessere elevato, istituzioni politiche ed economiche sane;, ecologicamente fragile in maniera simile all'Islanda, che però attua uno sfruttamento simile a quello del terzo mondo come i già visti Ruanda e Haiti. E' un paese utile per mostrare la facilità con cui si possono creare problemi, in cui il clima si vede operare assieme a scelte sconsiderate, ed essendo avanzato si può vedere anche dove stanno le possibili soluzioni e capacità di attuarle o motivazioni per cui non lo si fanno. L'Australia è in pratica un esperimento in corso. Infatti "i problemi australiani non possono essere spiegati come il frutto di cattiva gestione ambientale, di una società incolta e disperatamente povera, e di un establishment corrotto e incapace, come potrebbe forse dirsi in altri casi". Dice a fine capitolo infatti che...] L’Australia illustra nella sua forma piú estrema la corsa sfrenata in cui è coinvolto il mondo moderno.
Quando si incomincia a pensare ai problemi ambientali dell’Australia, per prima cosa vengono in mente la siccità e i deserti. In realtà, la terra ha causato a questo paese problemi ancora piú grandi di quanto non abbia fatto la sua scarsa disponibilità di acqua. L’Australia è il continente meno fertile: ha il suolo mediamente meno ricco di sostanze nutrienti, il tasso di crescita vegetale piú basso e la piú bassa produttività. Questo accade perché il suolo australiano è, per la maggior parte, cosí vecchio che i suoi minerali sono stati trascinati via dalle innumerevoli piogge. Le rocce piú antiche presenti sulla superficie terrestre (quasi quattro miliardi di anni) si trovano qui, nella catena montuosa del Murchison Range, nell’Australia occidentale. I minerali disciolti e asportati dalla pioggia possono essere ripristinati attraverso tre processi, che però in Australia non sono cosí frequenti come negli altri continenti. In primo luogo, possono rinnovarsi tramite le eruzioni vulcaniche, che portano in superficie nuovo materiale proveniente dal nucleo terrestre. Questo processo è stato determinante nella creazione di suoli fertili in molti paesi, come Giava, il Giappone e le Hawaii; ma soltanto alcune piccole zone dell’Australia orientale sono state soggette ad attività vulcanica nel corso degli ultimi cento milioni di anni. In secondo luogo, l’avanzare e il ritirarsi dei ghiacciai scava e polverizza la crosta terrestre, ridepositandola sulla superficie, e questo suolo ridepositato dai ghiacciai (oppure asportato e ridepositato altrove dai venti) è di solito fertile. Quasi la metà del territorio nordamericano, circa 1 800 000 000 di ettari, è stato sottoposto a glaciazione durante l’ultimo milione di anni, mentre soltanto l’ 1 per cento del territorio australiano è stato ghiacciato: appena 5200 ettari sulle Alpi sudorientali, e 260 000 ettari in Tasmania. Infine, anche il lento sollevarsi della crosta terrestre provoca l’emergere di nuovo suolo e questo processo ha contribuito alla fertilità di vaste zone del Nordamerica, dell’India e dell’Europa. Tuttavia, soltanto poche piccole aree del territorio australiano si sono sollevate nel corso degli ultimi cento milioni di anni.
Una caratteristica del suolo australiano è che la sua fragilità non poteva essere percepita dai primi coloni europei [come accadde ai vichinghi norvegesi giunti in Islanda, vd. oltre]. Al contrario, quando videro i lussureggianti boschi con alberi giganteschi (gli eucalipti del Gippsland, nello stato di Victoria, raggiungevano i 120 metri di altezza), furono ingannati dalle apparenze e pensarono che si trattasse di una terra molto fertile. Ma dopo l’abbattimento delle foreste vergini, e dopo che le pecore ebbero consumato tutta l’erba dei pascoli, i coloni rimasero sorpresi nello scoprire che gli alberi e l’erba ricrescevano molto lentamente e che il suolo era sterile. Spesso allevatori e agricoltori si insediavano in un posto, investivano grossi capitali, costruivano case e recinzioni, apportavano vari miglioramenti e dopo pochi anni erano costretti ad abbandonare tutto quanto, perché la terra era diventata improduttiva.
Nel 1788, quando cominciò l’insediamento europeo, l’Australia non era disabitata, ma ospitava da piú di 40 000 anni gli aborigeni, che avevano trovato delle soluzioni sostenibili agli spaventosi problemi ambientali del paese. Nei luoghi della prima occupazione europea (dove approdavano i detenuti) e dei successivi insediamenti, i bianchi australiani non sapevano che farsene degli aborigeni, ancora meno di quanto i bianchi americani potessero trovare una qualche utilità negli indiani: questi ultimi, per lo meno, erano agricoltori e rifornivano i coloni di prodotti agricoli indispensabili alla loro sopravvivenza nei primi anni. Quando i bianchi riuscirono a impiantare i loro campi, gli indiani diventarono concorrenti e furono scacciati e uccisi. Gli aborigeni australiani, però, non erano agricoltori, dunque non potevano rifornire di cibo gli insediamenti, e per questo vennero subito uccisi o scacciati dalle aree colonizzate dai bianchi. Quando raggiunsero alcune regioni troppo aride per l’agricoltura, ma adatte alla pastorizia, i coloni capirono che gli aborigeni potevano tornare utili: sapevano come trovare zone di pascolo buone e difendersi soprattutto dai dingo, predatori molto aggressivi.
Cosí come i coloni norvegesi dell’Islanda e della Groenlandia portarono con sé i valori culturali della loro madrepatria (capitoli VI-VIII), anche i coloni dell’Australia portarono con sé i valori britannici. Come nel caso dell’Islanda e della Groenlandia, anche in Australia alcuni di questi valori importati si dimostrarono inadatti all’ambiente australiano, e gli effetti di questo fatto in alcuni casi si fanno sentire ancora adesso. Vediamo ora la mentalità britannica in azione in cinque diverse situazioni: le pecore, i conigli e le volpi, la vegetazione locale, l’importanza della terra e l’identità culturale. [...] I conigli e le volpi europei furono introdotti in Australia quasi simultaneamente. Non si sa di certo se le volpi siano arrivate prima per rendere possibile la tradizionale caccia e i conigli siano stati introdotti in un secondo momento come cibo per le volpi, oppure se i conigli siano stati importati per primi a scopo venatorio e per dare alla campagna australiana un aspetto piú britannico e le volpi siano arrivate dopo per tenere sotto controllo il proliferare dei conigli. In ogni modo, entrambe le specie hanno provocato danni economici talmente gravi che oggi si stenta a credere che siano arrivati in Australia per ragioni cosí banali.
Negli ultimi tempi, si sono estinte piú specie in Australia che in qualsiasi altro continente.
Lezioni per il futuro
I maya del periodo classico furono sterminati da una siccità nel IX secolo, anche se l’area in cui vivevano era già stata colpita da altre siccità alcuni secoli prima (capitolo V). I maya avevano la scrittura, ma i loro documenti riportavano soltanto le imprese dei re e gli avvenimenti astronomici, e non parlavano del clima o di fatti di vita quotidiana; di conseguenza, ciò che avvenne nel III secolo non poteva metterli in guardia su ciò che sarebe avvenuto nel IX. Ciò non significa che presso le moderne società alfabetizzate, che usano la scrittura per comunicare grandi quantità di informazioni (e non solo guerre o eclissi), ci si lasci necessariamente guidare dalle esperienze passate. Anche noi tendiamo a dimenticare. Per un anno o due dopo la crisi petrolifera del 1973, che aveva determinato una grave carenza di benzina, noi americani ci siamo tenuti alla larga dalle automobili che consumavano troppo, ma ci siamo poi dimenticati di quella esperienza, al punto che oggi tutti comprano in massa grandi fuoristrada, nonostante siano stati versati fiumi di inchiostro sulla crisi del 1973.
[...]
Come ha scritto il drammaturgo tedesco Schiller,
«ciascuno di noi, considerato da solo, è sufficientemente sensato e ragionevole, ma una volta parte della folla diventa subito una testa di legno».
I valori religiosi tendono a essere particolarmente radicati e, dunque, sono spesso all’origine di comportamenti catastrofici. [...] L’amministratore delegato e la maggior parte dei dirigenti di una delle maggiori società minerarie degli Stati Uniti sono membri di un gruppo religioso che crede nell’imminente venuta di Dio in Terra e che, dunque, ritiene inutile pensare a lungo termine.
[Queste due frasi sono piuttosto distanti nel capitolo e più che a un rigore scientifico sembrano rispondere a un pettegolezzo, ma non sono da prendere sottogamba se cominciassimo a pensare a quante sciegure siano accadute a partire da credenza religiose, anche quando non direttamente causate da esse]:
Il destino del passero marittimo nero (Ammodramus maritimus nigrescens) della Florida esemplifica un fallimento dovuto a costi esorbitanti, ma anche al solito problema di procrastinazione (« si fa troppo poco, troppo tardi»). Mentre l’habitat del passero diminuiva d’estensione, fu rimandata ogni iniziativa pratica, perché alcuni mettevano in dubbio che la cosa stesse davvero avvenendo. Negli anni Ottanta, quando il Fish and Wildlife Service statunitense acconsentí a comprare ciò che restava dell’habitat all’alto costo di 5 milioni di dollari, l’ambiente si era ormai degradato al punto che i passeri erano tutti morti. Seguirono infuocate polemiche, in cui si cercò di decidere se fosse il caso di incrociare gli ultimi passeri neri in cattività con il passero marittimo di Scott (Ammodramus maritimus peninsulae, una specie strettamente imparentata), cercando poi di ottenere degli individui sempre piú puri facendo incrociare tra loro gli ibridi. Quando alla fine si decise di procedere, gli ultimi passeri neri in cattività erano ormai sterili perché troppo vecchi.
È ovvio che non tutti i popoli falliscono: se cosí fosse saremmo spariti da un pezzo, oppure vivremmo di nuovo come nell’Età della pietra, 13 000 anni fa. I casi sfavorevoli, però, sono sufficientemente degni di nota da giustificare le analisi che stiamo facendo in questo libro (dove comunque, ad esempio nel capitolo IX, trovano spazio anche storie a lieto fine). Cosa distingue, allora, i vincitori dai perdenti? Le ragioni del successo, in parte, hanno a che fare con differenze ecologiche piú che antropologiche: alcuni ambienti pongono problemi molto piú difficili di altri. Per esempio, la fredda e isolata Groenlandia era piú ostica della Norvegia meridionale, da dove provenivano molti coloni. In modo simile, l’isola di Pasqua, arida, remota, situata a una latitudine elevata e a bassa quota sul livello del mare, costituiva un habitat piú difficile rispetto a Tahiti, isola umida, equatoriale, con piú contatti con l’esterno e con un’orografia piú complessa. Ma questa è soltanto una parte della storia. Se dichiarassi che tali differenze, da sole, determinano la riuscita o il fallimento di una società potrei essere giustamente incolpato di «determinismo ambientale». In realtà, anche se le condizioni geografiche rendono piú difficile la sopravvivenza in certi ambienti rispetto ad altri, a ogni popolo resta ancora un ampio margine d’azione per condannarsi o per salvarsi grazie alle sue scelte.
Le miniere producono molto piú materiale di scarto, che determina costi di bonifica ambientale molto piú alti rispetto ai pozzi petroliferi. Un pozzo produce per lo piú acqua, di solito secondo un rapporto di uno a uno rispetto alla quantità di petrolio estratta. Se non fosse per le infrastrutture e le perdite occasionali, l’estrazione petrolifera e del gas non avrebbe un forte impatto ambientale. I metalli, invece, costituiscono soltanto una piccola frazione del materiale grezzo che viene estratto, il quale a sua volta costituisce solamente una piccola frazione di tutta la terra che deve essere rimossa. Di conseguenza, la quantità di scarto è 400 volte superiore alla quantità del metallo ricavato da una miniera di rame, e 5 000 000 volte superiore a quello estratto da una miniera d’oro. Per le società minerarie si tratta di un’enorme quantità di rifiuti da smaltire. I problemi di inquinamento causati dall’industria mineraria sono piú insidiosi e molto piú persistenti rispetto a quelli provocati dall’industria del petrolio. Il petrolio inquina soprattutto con ben visibili e repentine fuoriuscite, che nella maggior parte dei casi è possibile evitare attraverso un’accurata opera di manutenzione e con progetti ingegneristici avanzati. [...] Le fuoriuscite ovvero lo scarto in ambiente nel petrolio sono incidenti occasionali mentre nella mineraria sono parte integrante del processo di estrazione. inoltre il petrolio sversato è piu facile da pulire e degrada comunque naturalmente mentre gli scarti minerri sono tanti di piu e piu difficili da pulire e non degradano e spesso sono altamente tossici.
[...]
L’industria mineraria è, in media, poco redditizia e il consumatore non può contare sul fatto che riesca sempre e agevolmente a pagare. Se vogliamo che le società minerarie risanino l’ambiente è perché siamo noi stessi a subire gli effetti nocivi dei disastri ambientali da loro creati: vaste aree rovinate, acqua e aria inquinate. Persino i metodi piú puliti di estrazione del rame e del carbone provocano danni. Se vogliamo rame e carbone, dobbiamo anche accettarne i costi ambientali, tanto legittimi e necessari quanto i costi del bulldozer che scava la galleria o la fonderia che fonde il minerale grezzo. I costi del ripristino ambientale dovrebbero essere inclusi nel prezzo dei metalli e trasferiti ai consumatori, come già avviene per il petrolio e il carbone. La lunga e tortuosa filiera di produzione e distribuzione che porta i metalli dalla miniera al consumatore, e il comportamento storicamente scorretto della maggior parte delle società minerarie, hanno oscurato fino a oggi questa semplice verità.
[Significa che il grammo di rame dovrebbe costare quattro o cinque volte in piu ma ci rendiamko conto di cosa significa per il consumatore ovvero il cittadino che va a comprarsi lo smartphone, l'auto, la lavatrice nuova? Il rame è dappertutto, e il cittadino, come visto prima nella citazione di Feuerbach, sta poco a diventare una "testa di legno"]
Inoltre, quando diamo la colpa di tutto alle imprese non teniamo conto del fatto che siamo noi, a volte, ad aver creato le condizioni che permettono all’industria di lavorare a scapito della salute pubblica: questo avviene, per esempio, quando permettiamo a una società mineraria di operare senza imporle l’obbligo di bonifica, o quando continuiamo a comprare legno non certificato. A lungo andare è il pubblico, direttamente o attraverso la classe politica, che ha il potere di azzerare i profitti delle imprese dannose per l’ambiente e di far aumentare i guadagni delle imprese che seguono una condotta sostenibile.
[E' la domanda che crea le condizioni, se il pubblico (il cliente finale) preferisce il legno di poco costo privo di certificazione, sta togliendo margine di miglioramento alle aziende che certificano invece la catena del legno. Il consumismo è dato non dalle aziende, ma dalla richiesta del cliente finale, è ora di uscire dalla logica della "grande azienda" che produce inutilità, questa inutilità è invece richiesta dall'individuo. La Apple non ha inventato nessuno smartphone, perché esistevano già: la Apple ha capito che la gente voleva qualcosa di tendenza, qualcosa da mostrare, qualcosa che facesse sì che la gente potesse dire di avere quel prodotto, senza porsi il problema se esistano prodotto migliori, cosa ininfluente. Quando una persona esige di trovare in supermercato le sovracosce di pollo già speziate a qualsiasi ora del giorno, in qualsiasi giorno dell'anno festivi compresi, quella persona sta dando ragione agli allevamenti intensivi. La grande utilità della lettura anche di narrativa la troviamo sempre, ad esempio in Libertà di Franzen: "Chi segue l'opinione di Sheryl Crow contro la guerra in Iraq è la stessa persona che comprerà un lettore mp3 a un prezzo osceno perché Bono Vox gli fa una pubblicità smaccata".]
[...]
Alcuni lettori potrebbero essere delusi o indignati da questa mia idea, cioè che siano gli stessi consumatori e l’opinione pubblica i primi responsabili del comportamento dannoso delle imprese. Ritengo anche che spetti ai cittadini farsi carico dei costi aggiuntivi, se ce ne sono, delle pratiche ambientali pulite, che considero parte integrante dei normali costi di una qualsiasi attività commerciale. Il mio punto di vista sembra ignorare l’imperativo morale che anche le imprese debbano seguire principi virtuosi, anche quando tale condotta moralmente responsabile intacchi i loro profitti. Preferisco invece ricordare che storicamente, in tutte le società complesse in cui individui senza legami di sangue né di clan vengano in contatto tra loro, la funzione regolatrice del governo è sorta e si è dimostrata indispensabile proprio per far rispettare certi principi morali. Appellarsi ai principi è un primo passo necessario per portare a comportamenti virtuosi, ma da solo non è sufficiente. A mio avviso, il fatto che la responsabilità sia nostra non dovrebbe lasciarci delusi, ma ottimisti. La mia ipotesi non è moralistica e non mira a definire chi abbia torto o ragione, chi sia egoista o generoso, malvagio oppure buono. È invece una previsione, basata su quello che ho visto capitare in passato. Le industrie sono cambiate quando la gente ha cominciato a chiederlo a gran voce, oppure quando ha premiato i marchi che adottavano pratiche virtuose e certificabili, o boicottato gli altri.
[...]
Durante la crisi della mucca pazza la Food and Drug Administration degli Stati Uniti ha introdotto delle norme restrittive per limitare la diffusione della malattia; gli industriali della carne in scatola hanno resistito per cinque anni, dichiarando che sarebbe stato troppo costoso applicare quelle norme. Ma quando la McDonald’s ha richiesto che i suoi fornitori si attenessero a quelle regole, dopo che le sue vendite al dettaglio erano precipitate, l’industria della carne si è piegata nel giro di poche settimane: «Hanno dovuto farlo, perché il nostro carrello della spesa è il piú grande del mondo», ha spiegato un portavoce della McDonald’s.
Ci sono molti «ottimisti» che ritengono che il mondo potrebbe sostenere anche il doppio dell’odierna popolazione, tenendo conto soltanto della crescita demografica e senza prendere in considerazione l’aumento medio pro capite dell’impatto ambientale. Ma qui non si tratta del doppio: se tutti gli abitanti del Terzo Mondo adottassero gli standard di vita del Primo, secondo calcoli attendibili l’impatto ambientale aumenterebbe di ben 12 volte. Se solo i cinesi raggiungessero standard di vita occidentali, e se nient’altro cambiasse nel mondo, l’impatto ambientale globale raddoppierebbe (capitolo XII). Le popolazioni del Terzo Mondo aspirano a una vita migliore. Guardano la televisione, piena di pubblicità di beni di consumo occidentali, osservano lo stile di vita dei turisti. Grazie alla globalizzazione dell’informazione, persino nei villaggi piú remoti e nei campi profughi tutti sono al corrente di ciò che accade nel resto del mondo. I paesi del Terzo Mondo sono incoraggiati dalle organizzazioni internazionali a perseguire l’obiettivo di una vita «all’occidentale», e si vedono sbandierata davanti la possibilità di realizzare il loro sogno a condizione che adottino la linea di condotta politica corretta, pareggiando il bilancio nazionale, investendo nell’educazione e nelle infrastrutture e cosí via. Nessuno, però, vuole dire esplicitamente che quel sogno è irrealizzabile: un mondo in cui l’enorme popolazione del Terzo Mondo raggiungesse e mantenesse gli standard di vita tipici del Primo sarebbe insostenibile. Le cose stanno cambiando rapidamente: la Corea del Sud, la Malesia, Singapore, Hong Kong, Taiwan e le Mauritius hanno già raggiunto quel traguardo o vi sono vicine; la Cina e l’India stanno compiendo grossi sforzi e avanzano rapidamente; i 15 paesi ricchi dell’Europa occidentale hanno appena accettato l’entrata nell’Unione di 10 paesi meno ricchi dell’Europa orientale, proponendosi, in questo modo, di aiutarli nello sviluppo. Oggi non è politicamente realistico che i leader dei paesi del Primo Mondo propongano ai cittadini di abbassare i loro standard di vita, limitandosi nel consumo di risorse e di rifiuti prodotti. Ma cosa accadrà quando le popolazioni del Terzo Mondo capiranno che gli standard di vita occidentali sono per loro irraggiungibili e che i paesi sviluppati si rifiutano, da parte loro, di abbandonare quello stile di vita insostenibile? La vita è piena di scelte difficili, fatte di compromessi e concessioni reciproche tra le parti in causa, ma questa sarà la piú dura: come incoraggiare e aiutare tutti i popoli a raggiungere standard di vita piú elevati senza, però, che uno sfruttamento eccessivo delle risorse del pianeta mini alle fondamenta la possibilità stessa di una vita migliore per tutti?
[...]
Il percorso intrapreso dall’uomo moderno non è al momento sostenibile, e uno qualsiasi dei 12 problemi sopra elencati basterebbe, da solo, a modificare in peggio il nostro stile di vita nei prossimi cinquant’anni. Sono come bombe a orologeria, con un timer destinato a scattare in meno di mezzo secolo.
[...]
Alla domanda: «Qual è il principale problema ambientale che oggi ci troviamo ad affrontare?» rispondo: «Quello di continuare a cercare il problema principale!» Questa risposta impertinente è però veritiera: basta un solo problema insoluto a scatenare una crisi, e tutti i nostri problemi interagiscono tra loro. Se ne risolvessimo 11 su 12 (qualunque siano), ci troveremmo pur sempre nei guai. Poiché stiamo procedendo a ritmi accelerati e insostenibili, i problemi ambientali del globo si risolveranno di certo, in un modo o nell’altro, nel corso della vita degli individui che sono oggi bambini e giovani adulti. Non sappiamo ancora se la soluzione avverrà piacevolmente, in modi che abbiamo scelto noi, oppure in modi spiacevoli e sgraditi, quali la guerra, il genocidio, la morte per fame, le epidemie, il crollo della civiltà. Sono tutti fenomeni che hanno sempre avuto un carattere endemico per l’umanità, ma la loro frequenza aumenta con l’aumentare del degrado ambientale e della pressione dovuta alla crescita demografica, e con la povertà e l’instabilità politica che ne risultano.
Il piú grave problema di gestione ambientale riguarda gli incendi. Sono un fenomeno spontaneo, dovuto in genere ai fulmini, utile al mantenimento dell’equilibrio naturale; ma oggi vengono spenti subito, perché mettono a rischio case e vite umane, e quindi paradossalmente aumentano di numero, perché rimangono piú alberi e arbusti che possono prendere fuoco. [rif. incendi controllati dei nativi, ad esempio degli aborigeni in Australia]
Il valore statistico di una vita umana negli Stati Uniti (ovvero il costo sopportato dall’economia del paese quando un cittadino medio, che la società ha allevato e istruito, muore prima di aver dato tutto ciò che può all’economia nazionale) si aggira attorno ai 5 milioni di dollari. Moltiplicando questa cifra per una stima prudenziale di 130 000 morti annuali dovute all’inquinamento, il costo complessivo di queste perdite è di circa 650 miliardi.
[Porca puttana, siamo ormai già stati
quantificati???]
Oeno e Ducie sono piccoli atolli disabitati del Pacifico sudorientale (vedi carta p. 133). Privi di acqua dolce e fuori dalle principali rotte, sono tra i piú isolati fazzoletti di terra esistenti sul nostro pianeta, ciascuno distante piú di 160 chilometri persino dalla remota e disabitata isola di Henderson. Alcune indagini hanno stabilito che su ogni metro lineare di spiaggia è possibile individuare in media almeno un rifiuto proveniente, probabilmente, dalle navi o dalle coste asiatiche e americane, a migliaia di chilometri di distanza. Si trovano soprattutto buste di plastica, boe, bottiglie di vetro e di plastica (soprattutto bottiglie di Suntory, una marca giapponese di superalcolico), funi, scarpe e lampadine elettriche, assieme a oggetti bizzarri come palle da football, soldatini, modellini aerei, pedali di bicicletta e cacciaviti.
[Li potete trovare anche su Google Maps]
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