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No Easy Day di Mark Owen e la verità su Osama Bin Laden


DATA: 12/12/2014 - CATEGORIA: PENSIERI COMMENTAVersione stampabile
Ho da poco finito di leggere il libro "No Easy Day" di Mark Owen: sotto lo pseudonimo di Mark Owen, l'autore ripercorre la sua esperienza nei corpi speciali, a comiciare dall'agognato ingresso nei SEAL, passando per il salvataggio del capitano Richard Phillips, rapito dai pirati somali nell'Oceano Indiano, fino alla guerra ai talebani sulle montagne afghane e all'assalto del compound di Abbottabad, in Pakistan, dove si nascondeva il leader di al Qaeda.
Ho da poco finito di leggere il libro "No Easy Day" di Mark Owen: sotto lo pseudonimo di Mark Owen, l'autore ripercorre la sua esperienza nei corpi speciali, a comiciare dall'agognato ingresso nei SEAL, passando per il salvataggio del capitano Richard Phillips, rapito dai pirati somali nell'Oceano Indiano, fino alla guerra ai talebani sulle montagne afghane e all'assalto del compound di Abbottabad, in Pakistan, dove si nascondeva il leader di al Qaeda. 

Il libro è indubbiamente molto bello, Osama a parte. E' scritto bene, ci introduce un po' al duro mondo dei Navy Seals e alla natura del lavoro dei corpi speciali in generale. Alla fin fine il punto è uno: perché lo fanno? La risposta che non è ovvia, e che emerge in questo libro è: ciascuno di loro lo fa per i suoi compagni. Entri per una vocazione militare, qualsiasi sia la bandiera anche se il patriottismo è normale che ci sia, però non puoi accettare moralmente ogni missione. Tuttavia la fai, perché sei un team, e sai che se tu manchi la catena diventa più debole perché un anello è saltato.

Il punto principale del libro, e di questo mio post, però è un altro: la morte di Osama Bin Laden.

Allora, la domanda principale adesso è: Osama è stato ucciso oppure no? La questione è più spinosa: di ciò che avviene nel mondo della guerra, del terrorismo, e dello spionaggio, cosa possiamo sapere? In realtà possiamo solo intuire, e un atto di fede ci vuole sempre. Ma ci vuole anche quando leggiamo un banale articolo giornalistico su un furto in un supermercato, o su una truffa.

Certo la situazione è delicata perché il Grande Nemico è stato rintracciato in un posto banale e scontato, e dopo dieci anni di fuga quasi miracolosa. Quindi è stato ucciso, e il suo corpo buttato via. Perché nessuna foto? Perché nessuna notizia in più? La risposta a mio parere è semplice e, come sempre in questi casi, deve essere la più semplice: si, è stato ammazzato, e così è accaduto semplicemente perché quella è stata una missione per ammazzarlo, non per prenderlo, non per portarlo in America è giudicarlo. I suoi crimini erano troppo grandi, la sua figura troppo importante per poter patire un processo che avrebbe smosso tutte le cellule nel mondo. E poi, dove rinchiuderlo? Sarebbe stato in pericolo dappertutto. C'è poco da fare: Osama Bin Laden doveva morire perché quella era l'unica giustizia che a lui si poteva applicare. E' probabile che fosse malato, e che non fosse più così importante in Al Qaeda, una struttura cresciuta enormemente e che non poteva più far capo ad una persona sola, con ramificazioni e cellule e gruppi diversificati sparsi nel mondo.

Nel film "Code Name: Geronimo" c'è una scena molto arguta. Uno dei servizi che non crede che nel compound di Abbottabad vi sia Osama dice "Insomma, gli abbiamo dato la caccia inutilmente per dieci anni e ora di colpo lo troviamo pedinando una persona, e in una città grande in cui c'è la principale accademia militare del Pakistan?". E' vero: è stato quasi troppo scontato. Ma il miglior nascondiglio è sempre un luogo banale. Sicuramente i servizi di sicurezza Pakistani non erano completamente all'oscuro della cosa: se vi leggete Io Sono Malala troverete anche la sua disucssione su Osama e la sua eliminazione. I risultati sono gli stessi: si, quel nascondiglio era plausibile proprio perché valido. In mezzo a una città grande sei più protetto da attacchi coi droni, con i missili, e un'azione sul campo avrebbe dovuto richiedere il permesso dei pakistani con le naturali fughe di notizie che l'avrebbero allertato. Osama non era più una persona necessaria ad Al Qaeda: lo erano, piuttosto, e probabilmente lo sono ancora, i suoi soldi, e lo era la sua immagine ideale. Ma ormai trovarlo era possibile perché non era più disperso nei monti con migliaia di persone attorno: era in disparte.

Perché nessuna foto? Qui la situazione è più delicata: sicuramente c'era ben poco da fotografare, anche Mark Owen dice che l'identificazione non fu così facile. Mezza faccia era esplosa, si beccò vari colpi di mitra al corpo e uno definitivo in testa, e basta cercare qualche foto su internet per capire che nella guerra reale un colpo in testa non lascia un semplice foro nero come accade nei film.

Da questo libro, dalle notizie date ufficialmente e non, nonché da ciò che è successo anche come semplicemente appare a noi, a mio parere è chiara una cosa: l'hanno trovato, e l'ordine semplice semplice è stato "Andate là ed abbattetelo, e il cadavere portatelo via in modo che a loro non resti nulla, né ai servizi pakistani né ai talebani". Punto.

A questo punto c'è una sola cosa da fare: continuare ad elaborare teorie complottistiche di ogni tipo, o rallegrarsi che sia stato giustiziato e buttato a mare, ad essere divorato dai pesci. Probabilmente un giorno una foto trapelerà, ne sono certo. Ma anche se così non fosse, non cambierebbe nulla, perché anche con tutte le foto possibili i complotti ci sarebbero stati. Non avrebbe cambiato nulla, una foto, come non lo ha mai fatto.

Ci sono poi le "prove" posteriori: l'ammissione di Al Qaeda in primis. Successivamente, l'ammissione (con minacce di vendetta, ovviamente) di altri gruppi integralisti. L'ammissione al Al-Zawahiri è senza dubbio centrale.
Durante l'attacco un "vicino di casa" di Bin Laden si spaventò per i rumori e cominciò a twittare: fu la prima notizia del raid. Narrò su Twitter tutto quello che stava succedendo ed è naturale pensare che una missione così non poteva essere per un criminale qualsiasi, visto anche che rovinò in parte i legami degli USA col Pakistan, che infatti si sdegnò alquanto e questa può essere considerata anche una prova perché furono fatte indagini che confermarono la presenza di Bin Laden nel compound.

La cosa che più dovrebbero leggere i complottisti è il resoconto della commissione indipendente istituita dal Pakistan e noto come Abbottabad Report, pubblicato da Al-Jazeera. Vi si trovano notizie riguardo la missione americana, ma non solo, perché i pakistani vollero capire se era effettivamente Bin Laden quello nascosto in quella casa, e come vi era arrivato, da quanto vi viveva, perché i servizi di Intelligence fossero all'oscuro di tutto (e quanto lo fossero veramente).
Potete leggerne un'introduzione sul sito undicisettembre.blogspot.com 
La cosa che più gioca contro i servizi pakistani è il fatto che nessuno fece nulla per una costruzione costruita abusivamente e priva di qualsiasi bolletta di gas ed elettricità, né telefoni.

Tutto il resoconto della commissione è scaricabile: http://dataspace.princeton.edu/jspui/handle/88435/dsp01jq085k07t

Alcune foto dell'interno del compound successivamente alla magnifica missione sono presenti in questo sito, ma vi avviso che ci sono anche foto di cadaveri per cui sono un po' forti: http://www.thedailybeast.com/galleries/2011/05/02/inside-osama-bin-laden-s-hideout.html#slide1

Usando la testa, si può comunque evincere che è più probabile che sia successo ciò che è stato raccontato: quale complotto sarebbe, senza una foto? Se ci fosse un complotto, non avrebbero pubblicato piuttosto delle foto?
Nel film Code Name: Geronimo questo tema è trattato a sufficienza. Io concludo dicendo che niente può essere portato come prova definitiva ad un complottista, perché anche che il sole nascerà domani è solo un'ipotesi, e l'idiota delle ipotesi non sa che farsene.


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