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Boris Zaitsev: Monte Athos

Stato lettura: LIBRO IN DEPOSITO
Il territorio verdeggiante e a tratti roccioso della penisola athonita rappresenta il caso unico al mondo di una Repubblica monastica ancora nel pieno delle sue forze dopo oltre un millennio di storia. La data di fondazione comunemente accettata dagli studiosi è quella del 963, anno in cui il monaco Atanasio diede vita al monastero della Grande Lavra. La storia religiosa di questo lembo di terra della Calcidica era però già iniziata molto tempo prima, sin dall'epoca tardo-antica, quando numerosi e oscuri eremiti vi trovarono rifugio. Oggi il Monte Athos, con i suoi venti monasteri, rappresenta il cuore spirituale del cristianesimo ortodosso. In questo luogo di silenzio e di preghiera si è conservata inalterata l'antica tradizione mistica ereditata dagli anacoreti del deserto egiziano. Questo libro narra il pellegrinaggio del grande scrittore russo nei vari monasteri, un racconto del 1928 che traccia non solo un quadro storico e agiografico di questa terra, ma che riesce a proiettarci nel battito emozionale e spirituale di uno dei luoghi più cari al cristianesimo.
Sono passati più di ottant’anni dal viaggio e più di quaranta dalla morte di Zaitsev. Eppure, il lettore sente un sapore contemporaneo, tanto è senza tempo l’atmosfera in cui i monaci vivono la loro esistenza. “L’uomo si alza presto, lavora più del solito, mangia parcamente, va spesso agli uffizi divini, tace abbastanza, ascolta poche parole. Vede l’azzurro mare, le cupole, i campanili”. “I monaci dormono non più di quattro ore, se non meno. Per noi, secolari, che vediamo questa vita fondata sulla preghiera di notte, sul lavoro di giorno, dal sonno scarso e dal cibo cattivo, è un enigma e ci chiediamo come i monaci riescano a sostenerla. Tuttavia vivono. Arrivano fino a tarda età”. “Inoltre il tipo fondamentale del monaco del Athos, a quanto mi sembra, è sano, tranquillo ed equilibrato”. Non c’è godimento ma neanche dolore, non c’è ebbrezza ma neanche noia. La vita è orientata verso l’eterno, e dopo la morte il corpo è avvolto in un sudario e sepolto nella terra. In capo a tre anni si disseppelliscono le ossa: se sono pure è segno che il morto era un giusto, e i resti possono dunque essere portati nell’ossario. Ma quelle ossa, osserva Zaitsev, “odorano di miele”.
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