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Jean-Christophe Rufin

Il cammino immortale

Stato lettura: LIBRO IN DEPOSITO
Un bel giorno di primavera, mosso da un bisogno intimo difficile da spiegare a parole, lo scrittore francese Jean-Christophe Rufin, è partito in treno dalle Alpi verso i Pirenei, per poi lanciarsi a piedi lungo gli 800 chilometri del Camino del Norte, la variante meno convenzionale e più aspra diretta a Santiago di Compostela, quella che segue la costa basca e cantabrica, traversando poi Asturie e Galizia. La vita di Rufin era già colma di esperienze internazionali: membro fondatore di Medici senza Frontiere e poi dirigente di altre ong umanitarie, vincitore del premio Goncourt nel 2001, uno scranno fra gli “Immortali” dell’Accademia di Francia, la carica di ex ambasciatore in Senegal. Ma gli mancavano ancora milioni di passi, zaino in spalla e vesciche ai piedi. Da quest’esperienza, è nato un clamoroso bestseller, “Il cammino immortale”.
“Il mio libro non offre una determinata visione religiosa, ma una ricerca e un’esperienza esistenziale. Forse anche per questo, molti lettori si sono identificati".

La prima impressione è che Rufin sia un bravo scrittore, in grado soprattutto di saper vedere quello che altri non vedono, o, ancora più spesso, di saper riflettere su quello che è sotto gli occhi di tutti, ma su cui non si è ancora riflettuto. Esempio dalle prime pagine del libro: “Andando verso Compostela, l’essenziale non è il punto di arrivo, comune a tutti, ma il punto di partenza. È quest’ultimo a fissare la sottile gerarchia che s’instaura fra i pellegrini. Quando due camminatori si incontrano non si domandano "Dove vai?" – la risposta è evidente – né "Chi sei" giacché sul cammino non si è altro che un povero Giacomeo. La domanda che formulano è "Da dove sei partito?" E la risposta permette immediatamente di sapere con chi si ha a che fare”. Chi fa solo gli ultimi 100 km, spiega Rufin, è un cacciatore di diplomi. Chi è partito dai Pirenei, e quindi ha camminato più di 500 km, allora è visto con il rispetto dovuto. Rufin è un camminatore laico, all’inizio osservatore esterno del fenomeno dei cammini, spesso ironico e dissacrante, il libro scorre leggero e fa sorridere. Ma man mano che Rufin vive il suo cammino, il punto di osservazione è sempre meno esterno, in una fase centrale l’autore-camminatore ha anche un periodo di forte ricerca spirituale, quando arriva a Oviedo. Anche lui si accorge come il cammino sia un’altra cosa dal turismo che cerca il pittoresco: “Poche decine di chilometri di asfalto ammorbidiscono quella carne ancora troppo dura: il pellegrino è lì per camminare, che gli piaccia o no, che sia soddisfatto o no dei paesaggi! Lottizzazioni deserte e corsie d’emergenza, rotatorie e periferie industriali sono necessarie per diventare un vero pellegrino, immune da ogni pretesa turistica. Sferzato dalle prove, il camminatore si sente dapprima un po’ suonato. Poi si conforma alla sua sorte. Comincia allora una nuova fase del Cammino: essa non richiede l’entusiasmo, ma l’abitudine e la disciplina". Rufin osserva se stesso, e racconta cosa gli cambia dentro man mano che procede. E fa alcune grandi scoperte, una su tutte: Compostela è un pellegrinaggio buddhista... “Partendo per Santiago non cercavo niente e l’ho trovato”.
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