L’arrivo della fine fu quasi un sollievo.
21 novembre 1915. Questa sera, mentre ce ne stavamo distesi nelle nostre tende, abbiamo sentito il capo urlare «Ragazzi, se ne sta andando!». Nel giro di un secondo eravamo tutti fuori, sulla piattaforma di avvistamento e in altri punti che consentivano una buona visuale. E infatti la nostra povera nave, a quasi due chilometri e mezzo di distanza da noi, era in preda all’agonia. La prima parte ad affondare è stata la prua, con la poppa che, quindi, si è sollevata in aria. Poi, con un rapido tuffo, il ghiaccio le si è chiuso sopra per sempre. Assistere a quella scena è stato come ricevere un colpo al cuore perché, per quanto priva di alberatura e inutile, per noi la nave era sempre un legame con il mondo esterno. Senza di lei la nostra miseria è ancora più evidente e la nostra desolazione diventa totale. La perdita dell’Endurance ha portato una leggera ondata di depressione sul campo. Nessuno ha detto più di tanto, ma non possiamo neppure essere biasimati per aver preso quanto accaduto in modo sentimentale. La sensazione nel momento in cui lei, silenziosa, si è raddrizzata per trovare riposo al di sotto dei ghiacci, è stata quella di doversi separare da molti momenti felici, magari anche da eventi negativi, ma pur sempre emozionanti. Quando si conosce ogni singolo angolo di una nave proprio come lo conoscevamo noi e dopo averla aiutata assai di frequente in quella lotta che ha combattuto così bene, il distacco reale, al di là del dolore di ciascuno di noi, non può che essere accompagnato da un’intensa carica emotiva. E dubito che ci fosse qualcuno tra noi che non si sia emozionato quando Sir Ernest, in piedi in cima alla piattaforma, ha detto in un modo alquanto triste e dimesso: «Se n’è andata».
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Penso che il palato dell’uomo si adatti a qualunque cosa, mentre alcuni animali morirebbero piuttosto che doversi privare del proprio cibo naturale. Gli yak che vivono sugli altipiani himalayani, per esempio, si nutrono solo dell’erba che riescono a trovare, per quanto scarsa o secca possa essere, e morirebbero di fame se avessero a disposizione solo la migliore avena o il miglior grano del mondo.
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Quello che, invece, ritrovammo fu l’ascia che, insieme al diario di bordo e alla pentola, avevamo buttato giù dalla cima della cascata avvolti in uno dei nostri maglioni. Fatta eccezione per i nostri vestiti bagnati, quello fu tutto ciò che riportammo dall’Antartide, dove avevamo messo piede un anno e mezzo prima con una nave ben attrezzata, un equipaggiamento completo e tante buone speranze. Delle cose materiali, almeno, non ci rimaneva altro; ma di ricordi ne avevamo davvero tanti. Avevamo trafitto il rivestimento esterno delle cose. Avevamo “sofferto, patito la fame e trionfato, toccato il fondo e agguantato la vittoria, crescendo nella grandiosità dell’esperienza nel suo insieme”. Avevamo visto Dio in tutta la Sua gloria, ascoltato la voce della natura. Eravamo riusciti a comprendere l’anima dell’uomo, un’anima messa a nudo. [Subito prima di entrare nella stazione baleniera di Husvik, Georgia del Sud, alla fine del loro lungo viaggio a piedi attraverso l'isola]
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«Mi chiamo Shackleton» affermai.
Allungò immediatamente la mano e disse: «Entri, entri».
«Mi dica, quando è finita la guerra?» gli chiesi.
«La guerra non è finita» rispose. «Muoiono a milioni. L’Europa è impazzita. Il mondo è impazzito».
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Ascoltammo con attenzione mentre ci raccontava della guerra e di tutto quello che era successo mentre noi eravamo stati fuori dal mondo. E ora ci sentivamo come resuscitati in un mondo impazzito. Le nostre menti riuscirono solo pian piano ad abituarsi ai racconti di nazioni armate, di un coraggio immortale, di un massacro inimmaginato, di un conflitto mondiale cresciuto a dismisura e di vasti campi di battaglia insanguinati, in triste contrasto con il bianco glaciale che ci eravamo lasciati alle spalle. Il lettore potrebbe non rendersi del tutto conto di quanto fosse difficile per noi immaginare quasi due anni della guerra più spaventosa della storia. Le armate bloccate nelle trincee, l’affondamento del Lusitania, 37 l’assassinio dell’infermiera Cavell, 38 l’uso dei gas tossici e dei lanciafiamme, la guerra subacquea, la campagna dei Dardanelli e i tanti altri eventi della guerra in un primo momento quasi ci stordirono, tanto che solo con il tempo riuscimmo a crearci una certa prospettiva su quanto accaduto.
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Praticamente ogni membro della spedizione è stato poi impiegato in una delle divisioni dell’esercito nel corso della guerra. Diversi di loro, poi, sono ancora all’estero ed è per questa ragione che non mi è stato possibile ottenere alcuni dettagli per questo libro. Quando siamo partiti per il Sud eravamo in cinquantasei; dei cinquantatré che hanno fatto ritorno, tre sono stati uccisi e cinque feriti. In quattro hanno ricevuto decorazioni ufficiali e il contributo di alcuni ha permesso loro di essere menzionati nei resoconti di guerra.
Citazione inserita il 05/05/2026
Categoria: NARRATIVA
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