Egli conosce quella zona palmo a palmo, per avervi combattuto accanitamente, quanto inutilmente, contro la soverchiante massa dei mezzi nemici.
Da tempo non esisteva più un fronte unico tedesco.
Ridotti ormai ad una posizione disperata, perdute le ultime speranze di rompere l'accerchiamento, interrotto ogni collegamento con il Quartier Generale, il Comando di Stalingrado aveva tuttavia respinto l'offerta di capitolazione dei russi, condannando in tal modo i resti dell'Armata alla totale distruzione.
Attaccato ad ogni anfratto del terreno, appostato dietro ogni muretto o ad un incrocio di strade, spesso a tu per tu con un carro armato nemico, con nient'altro in mano che un fucile senza più colpi finchè i cingoli non lo abbattevano, sparando l'ultima granata o l'ultima cartuccia, combatteva e moriva il soldato tedesco intorno a Stalingrado. Ormai non era che un massacro. Perfino i russi ne avevano abbastanza di uccidere e gli ordini erano, ove possibile, di evitare una inutile carneficina.
Ma il soldato tedesco non doveva cadere prigioniero! Gli era stato imposto di combattere, insensatamente, fino all'ultimo uomo. Quelli che sopravvivevano, sfiniti, affamati, mezzo assiderati, prendevano il posto dei caduti, si raggruppavano e con qualche fucile e poche cartucce attaccavano una posizione, combattendo disperatamente fino alle estreme possibilità, spesso riservando per sè l'ultimo colpo del loro fucile.
Altri, correndo attraverso la steppa, si buttavano contro una postazione, o attaccavano una pattuglia infliggendo gravi perdite al nemico, finchè il fuoco non li abbatteva. Molti crollavano per la fatica, ed il freddo li finiva. Per giornate intere ogni casa, ogni avvallamento, ogni strada, si erano trasformati in altrettante posizioni strategiche. Ed intanto al Quartier Generale si teneva il fronte con le bandierine appuntate sulle carte. Si gettavano contro il nemico Divisioni che non possedevano più che gli effettivi di un battaglione, e di questo nemmeno ormai la potenza offensiva, reggimenti che erano ridotti alla consistenza di una compagnia formata da sopravvissuti; si manovravano gruppi di combattimento composti in effetti di morti, di moribondi, di feriti.
Come un gigantesco sudario, la neve stende ora un pietoso lenzuolo su quella distesa di cadaveri. La battaglia è cessata. Il paesaggio ha cambiato aspetto. Lo spazio di territorio che lo sguardo può abbracciare è cosparso di protuberanze disposte in ogni senso. Sono i centomila cadaveri che il gelo ha inchiodato al terreno, tedeschi e russi, che finalmente possono riposare l'uno accanto all'altro, in pace.
Ogni bunker è pieno di morti. I pali con i fasci di paglia che delimitavano la strada attraverso la steppa, abbattuti dalla bufera, sono ora sostituiti nella loro funzione dai corpi solidificati dei morti che, da ogni provenienza, tracciano il cammino verso Stalingrado.
Sulle colline intorno si intravedono ancora le bocche dei cannoni; le mitragliatrici tacciono nelle loro postazioni; i carri armati giacciono, ormai svuotati della loro vita, qua e là piantati nella steppa, rottami di cui la ruggine prende a mano a mano possesso. Il frastuono della battaglia si è spento. Le bocche da fuoco si protendono senza più fuoco, senza più fragore. Ovunque regna un silenzio di morte.
I serventi ai pezzi, i mitraglieri, i fucilieri, i fanti, molti ancora con il fucile imbracciato, sorpresi dalla morte, hanno finalmente avuto il loro riposo eterno. Qua e là una coppia di corvi leva il suo grido sinistro. Il vento alza nugoli di uno spolverio di neve e li porta più in là.
Citazione inserita il 28/01/2026
Categoria: NARRATIVA
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