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Gabriel Garcia Marquez

Cent'anni di solitudine

Il colonnello Aureliano Buendìa si rese conto, senza sorpresa, che Ursula era l’unico essere umano che fosse riuscito a sviscerare la sua miseria, e per la prima volta in molti anni si arrischiò a guardarla in faccia. Aveva la pelle cotta, i denti cariati, i capelli appassiti e senza colore, e lo sguardo attonito. La confrontò al ricordo più antico che aveva di lei, quel pomeriggio in cui lui aveva avuto il presagio che una pentola di brodo bollente stesse per cadere dal tavolo, e infatti la trovò in pezzi. In un attimo scoprì i graffi, le lividure, i guidaleschi, le ulcere e le cicatrici che aveva lasciato in lei più di mezzo secolo di vita quotidiana, e sentì che quelle stragi non suscitavano in lui nemmeno un sentimento di pietà. Fece allora un ultimo sforzo per cercare nel suo cuore il luogo dove gli si erano putrefatti gli affetti, e non poté trovarlo. In altra epoca, almeno, provava un confuso senso di vergogna quando sorprendeva sulla sua stessa pelle l’odore di Ursula, e in più di un’occasione senti i suoi pensieri interferiti dal pensiero di lei. Ma tutto ciò era stato diroccato dalla guerra. La stessa Remedios, sua moglie, era in quel momento l’immagine offuscata di qualcuno che poteva essere stata sua figlia. Le innumerevoli donne che aveva conosciuto nel deserto dell’amore, e che avevano disperso il suo seme per tutta la costa, non avevano lasciato alcuna traccia nei suoi sentimenti. La maggior parte di loro entravano nella stanza al buio e se ne andavano prima dell’alba, e il giorno dopo erano appena un po’ di tedio nella memoria corporale.

COMMENTO ALLA CITAZIONE:

Il corsivo è mio, è una frase talmente perfetta che è l'unica che volevo inserire, il resto è solo per contestualizzarla e farne emergere ancora di più la grandezza.

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Categoria: NARRATIVA

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