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Gli scacchi sono dunque intelligenti?

Categoria: SCACCHI

KEYWORDS: filosofia | giochi | go | riflessioni | scacchi |
Inserito in DATA: 06/03/2024 | Vai agli ALLEGATI
Partiamo dalla domanda che fa da titolo: cosa si intende? Che per giocarci bisogna essere intelligenti? Che si diventa intelligenti giocandoci? Dirò subito le risposte: alla prima no, alla seconda "ni".
NOTA BENE | questo articolo da più di un anno era nascosto seguendo l'infausto destino della sezione scacchi ma oggi 20/07/2026 l'ho ripubblicato forte di questa notizia qua
Non bisogna essere intelligenti per giocare a scacchi: bisogna avere tempo. Richiedono studio, capacità di concentrazione, dedizione, attenzione, tutte cose che necessitano di tempo, cui poi va aggiunta la memoria, una cosa che non c'entra solitamente con l'intelligenza sebbene possa aiutarla. Serve la capacità di sedersi e stare seduti almeno mezz'ora a fissare una scacchiera, studiare una posizione, analizzare una partita o semplicemente giocare, qualcosa di simile al leggere un libro. Certo è che queste sono tutte cose che, solitamente, si associano agli intelligenti. O meglio, agli studiosi, i quali poi si pensa siano intelligenti. Si è però intelligente se si sa concentrarsi, o il contrario?
Non si diventa intelligenti con gli scacchi, si tiene in esercizio la mente cosa che però può essere fatta con un sacco di altre attività. Gli scacchi sono un'attività che stimola l'immaginazione spaziale, la raffigurazione mentale, spesso e volentieri porta a leggere libri impegnativi e a memorizzare molte nozioni. Queste sono cose che aiutano "l'intelligenza", sicuramente, ma non più, e a mio avviso spesso meno, di molte altre attività quali lo studio della musica, il suonare uno strumento musicale, la lettura di testi complessi (anche romanzi, ce ne sono di molto complessi) e lo studio in generale di scienze fisiche e umane. Forse più, però, di giocare a carte, a Pokemon, a Doom, di seguire influencers e youtubers, di fare i social content creator.
Se gli scacchi sono intelligenti, è da capire se il genitivo sottinteso sia oggettivo o soggettivo. Non penso che gli scacchi siano intelligenti di per sé, del resto sono un sistema completamente chiuso e chi ci si immerge impara semplicemente gli scacchi. Sono essenzialmente ricorsivi. Non vi si imparano cose direttamente estensibili alla propria vita, se non le solite trite morali sul tener duro, combattere, non rassegnarsi e via dicendo ma queste sono cose da biglietti d'auguri acquistati in edicola.
Cosa intendo dicendo che gli scacchi sono un sistema chiuso e ricorsivo? Intendo che imparando gli scacchi si impara solo a giocare a scacchi e quello che viene prodotto è comprensibile solo sapendo giocare a scacchi. Giocando a scacchi si imparano gli scacchi, mosse di scacchi, tattiche di scacchi, posizioni di scacchi, strategie di scacchi. Non si imparano eventi storici come, ad esempio, leggendo un romanzo storico; non si imparano sfumature nuove come, ad esempio, studiando uno spartito musicale. Una partita a scacchi inoltre inizia e finisce lì, tra le case della scacchiera e gli scacchisti. Se suono uno strumento e creo una sonata, quella musica sarà fruibile e apprezzabile anche da chi non suona quello strumento, prova ne è che molti brani di musica classica sono amati anche da persone che non sanno suonare neanche il kazoo. La musica classica viene inserita in pubblicità, film, come sottofondo musicale in video pubblicitari o in conferenze, bar, sale d'attesa, e la gente comune magari non la capisce ma riesce ad apprezzarla. Tutti nella mia gioventù conoscenza la Romanza per Violino e Orchestra di Beethoven perché girava nella pubblicità della Vecchia Romanza, ma nelle pubblicità o nei film in cui vengono usati gli scacchi nessuno ne ricorda le posizioni rappresentate, peraltro quasi sempre errate se non impossibili. Molte opere d'arte come il David di Michelangelo o la Gioconda sono apprezzate anche da chi non è in grado neanche di intagliare un tappo di sughero per farne una barchetta. E' invece impossibile che qualcuno riesca ad apprezzare una partita agguerrita di Tal o assurda di Diemer senza saper giocare bene o perlomeno conoscere tutte le basi degli scacchi. Infatti, gli scacchi finiscono nelle pubblicità solitamente come mero specchietto delle allodole, ti faccio vedere una pillola dal bel colore blu e metto un cretino a muovere un cavallo e subito l'idiota dall'altra parte dello schermo penserà "Ah, gli scacchi..." e la pillola blu è acquistata, ma nessuno si accorge che la scacchiera era posizionata male, che un alfiere era mosso ancora prima dei pedoni che lo ostruivano, che il re è già fuori dalla scacchiera. 
Se qualcuno che non sa suonare neanche un tamburello dice che il tema delle Variazioni Goldberg di Bach è brutto, io penso che abbia dei problemi e pure seri; ma riuscirebbe ad esprimere un giudizio, anche se negativo, nei confronti della Steinitz vs Von Bardeleben? No. Magari potrebbe dire che non gli piace, ma in realtà intenderebbe dire che non lo capisce e non intenderebbe la partita di per sé, ma proprio gli scacchi in genere. Ho amici cui negli anni ho fatto ascoltare qualcosa di Schoenberg e nel complesso capivano che qualcosa di sensato c'era, qualcuno diceva pure "Che figata", molte colonne sono magari di film dell'orrore ne seguono le sonorità che del resto calzano a pennello con la tensione, ma vi sfido a guardarvi una partita dei mondiali di scacchi.
Un brano musicale, inoltre, si amplia: la gente può canticchiarlo sotto la doccia, riprodurlo con un altro strumento, farne una parodia, cambiarne il tono come quelli che suonano canzoni death metal con chitarre acustiche piene di eco e la faccia assorta, chi sa suonare può eseguirne una interpretazione, cambiarne delle parti, anzi solitamente si suona proprio per trovare la interpretazione più consone per se stessi (in quel momento). Per me Bach è Gould, ad esempio, e Beethoven mi piace senza troppa emotività come lo dirige Kletzki, il Preludio Goccia d'Acqua di Chopin o le Gymnopedies di Satie adoravo suonarle perché a mio avviso - con grande sovrastima egoica - colmavo le lacune che trovavo in altri pianisti, ma per quanto riguarda la Steinitz vs Von Bardeleben essa rimane e rimarrà sempre così, identica a se stessa da quando è stata giocata; è possibile cambiare i pezzi, usare un cavallo con una folta criniera o il set dell'Isola di Lewis, usare una scacchiera in marmo e i pezzi rossi al posto di quelli neri, ma tutto qua. La sequenza delle mosse è sempre quella, il tempo è ininfluente. Studiatela al computer con Winboard e non cambia nulla rispetto a studiarla sulla scacchiera del Settimo Sigillo. L'ignaro di musica può dire che Chopin lo annoia ma apprezzare Allevi che è la semplificazione assoluta popolare della musica classica, o quell'Einaudi che a me fa venire la peste nera ai neuroni, ma non per questo dirà che apprezza una partita di scacchi giocata da due principianti che hanno a malapena 300 punti Chess.com invece di una partita tra Karpov e Kasparov. Questa fissità assoluta degli scacchi è inquietante, e la pretesa che denotino un livello intellettuale superiore è assurda.
A guardare gli scacchisti famosi, storici ma anche contemporanei, le loro biografie non depongono del resto a favore degli scacchi. Alcol e manie di grandezza imperversano con esagerazione inquietante e la follia ne è spesso la naturale prosecuzione o conclusione quando non la linfa vitale stessa del giocatore. Come nostalgicamente disse Samy, il figlio di Akiba Rubinstein, a proposito della follia del padre: "Gli scacchi erano tutto per lui, e non credo che bastino a riempire una vita. Devi fare anche altre cose" (fonte Edward Winter, Gli Ultimi anni di Akiba Rubinstein).
Se c'è una parola che mi viene in mente sugli scacchi non è per nulla "passione", bensì "nevrosi". Essendo un sistema chiuso che nulla insegna che possa uscire dalla scacchiera, a parte dove diventa uno sport e quindi questione di puro montepremi, non si capisce come possa diventare un interesse così grande da portare molte persone ad abbandonare carriere potenziali o già in essere per due manciate di statuette in un ripiano di 50cm di lato, se non tirando in ballo la nevrosi ossessivo compulsiva: lo scacchista tipico pensa agli scacchi in qualsiasi momento della giornata, anche quando non dovrebbe e così più che un beneficio intellettuale diventano invece un elemento altamente limitante. Che lo studio degli scacchi possa avere utilità fuori dalla scacchiera e nella vita, ad esempio nell'informatica, nella psicologia, nello studio del linguaggio o nel marketing, è una cosa che in realtà non c'entra nulla con gli scacchi in sé, bensì con la loro struttura, ma è più vincolato allo scacchista che agli scacchi stessi. La mela di Newton rimane una mela. In ciò assomigliano molto alla filosofia, la cui impostazione mentale di studio risulta incredibilmente utile quando applicata a vari ambiti della vita quotidiana e lavorativa, mentre la filosofia rimane essenzialmente inutile. Che l'essere sia e non possa non essere, come dice Severino, poco serve fuori dalla filosofia: il legno continuerà a bruciarsi e trasformarsi in cenere. Solo che il filosofo può creare opere fruibili anche all'esterno della filosofia, come pure il musicista o il pittore; lo scacchista no, non produce nulla di fruibile fuori dagli scacchi. Restano partite di scacchi, libri di scacchi, aneddoti di scacchi, che piaceranno solo ad altri scacchisti (e solo a quelli bravi). Ma forse tirare in ballo la filosofia non ha senso, il suo studio apre la mente a problemi anomali che implicano uscire dagli schemi mentali propri e condivisi; porta a studiare materie diversificate come scienze, logica, psicologia, letteratura; spinge ad andare oltre il mero fatto oggetto del problema per raggiungere nuove ipotesi. Non per niente è dalla filosofia che si sono originate le scienze e quando oggi riesce a uscire dalla mera retorica (vedasi Fusaro), la filosofia ha ancora molta voce in capitolo nella vita e nelle scienze. Con gli scacchi non è così, tutti i ragionamenti che ne compongono il gioco sono ragionamenti di scacchi, oltre la scacchiera non vanno e la filosofia pare esserne forse il paragone meno appropriato poiché la filosofia come prima cosa ti porta fuori da te stesso, è la scala che puoi gettare una volta che l'hai scalata (Wittgenstein, Tractatus) mentre gli scacchi sono una scala sospesa nel nulla, che possiamo salire o scendere ma senza andare da alcuna parte.
Se ti laurei in filosofia, gli sbocchi diretti sono due: insegnare in una scuola, o fare un dottorato. Studiare la dialettica di Hegel non porta a nulla, studiare perché "l'essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere" non serve a nulla, che "l'essere si disvela nella radura dell'aperto" non è nulla più che una poesia, che cento talleri reali non aggiungano nulla a 100 talleri possibili è una questione che l'uomo comune ignora perché "cazzata". Puoi fare come Fusaro e passare la vita a parlare in maniera incomprensibile (di lui hanno detto che Fusaro non passerebbe il test di Touring!), certamente, ma in questo la filosofia diventa come gli scacchi, un inutile circuito chiuso autoalimentantesi. Eppure dallo studio della filosofia potete uscirne con qualcosa di più: cosa? Difficile saperlo, per un semplice motivo: il cervello lo conosciamo, i neuroni li conosciamo, le sinapsi le conosciamo, ma la "mente" ancora non sappiamo definirla, di conseguenza non sappiamo neanche dirne con certezza cosa le serve, cosa la aiuta, come funziona e quali sono i suoi limiti. Sono cose che intuiamo e sospettiamo, ma nulla di più. La filosofia però è un ambito di studio immensamente più grande di una scacchiera ed è per essenza inter-disciplinare mentre gli scacchi sono tutto l'opposto di questo concetto.
Ho detto che il metodo di studio filosofico può tornare utile, e il suo metodo è quello dell'analisi critica, dello studio comparato tra le fonti, dell'utilizzo della logica e dello studio del funzionamento e dei limiti del linguaggio. Tutto ciò può portare a scrivere libri di filosofia, che saranno opere fruibili da terzi, ma anche a lavorare in ambiti completamente differenti perché l'attenzione alla struttura, al ragionamento, alla verbalizzazione e alla consequenzialità logica acquisita dallo studio della filosofia (sempre che non siate Fusaro) è un metodo applicabile anche alla psicologia, alla contabilità, al commercio, al marketing, alle risorse umane. La filosofia non è una scacchiera, è un metodo teorico di ragionamento. Lo studio della Torah nell'ebraismo rispecchia il metodo tipico della filosofia: studio, confronto, logica, comparazione, interpretazione, concatenazione. Non è la mnemonica dell'Islam, è parallela alla razionalità e alla tecnica, è uno studio che mira a svelare, è ermeneutica pura, ovvero è un esercizio intellettuale costante che comprende la memoria e il ragionamento; ereditando questo metodo negli scacchi ha sicuramente portato ad ottenere risultati e forse questo è il motivo per cui gli ebrei sono stati una fetta molto consistente dell'epoca d'oro degli scacchi. L'attitudine mentale di quegli ebrei era probabilmente già preparata all'ermeneutica scacchistica. Alla faccia di Alekhine, non era una questione ariana, né in senso stretto ebraica, è solo che chi ha già in sé un metodo di studio è avvantaggiato. Si dice che il metodo di studio ebraico sia ciò che ha forgiato la psicoanalisi, poiché il metodo di Freud (ebreo) è proprio simile allo studio della Torah. Allo stesso modo, gli ebrei si trovarono in vantaggio, ma non è un vantaggio di intelligenza bensì di metodo, del resto studiare la Torah non ti rende intelligente ma al massimo credente. Anche se l'ipotesi su Freud è corretta, comunque la psicoanalisi non è ebraica. E' lo studio che aiuta la mente, non il suo oggetto, così è l'intelligente che porta lustro agli scacchi, non il contrario.
Se siete lettori di fantascienza avrete sicuramente affrontato qualche testo di fantascienza hard, quella branca dove la fisica e l'astronomia vengono utilizzate a livello molto pesante e diventano esse stesse "fanta-" non solo i mondi lontano e gli alieni. Alcuni di questi romanzi però fanno un passo ulteriore e parlano in maniera tecnica e approfondita di teorie fisiche ed astronomiche che ancora non ci sono. Non si parla più solo di astronavi che viaggiano con la curvatura spaziale, ma vi si trovano pagine e pagine di nozioni tecniche su come effettuano tale curvatura, nozioni tecniche su una cosa che però non esiste e forse è pure impossibile. Un universo fantasioso viene studiato ed esposto nelle sue regole, con teorie scientifiche, linguistiche, e via dicendo; viene creato un mondo fisico e viene quindi studiato ed esposto. Si imparano basi linguistiche inesistenti, teorie scientifiche fittizie, sociologia di popolazioni e razze inesistenti... Ne uscite che non avete imparato nulla di astronomia o fisica (o quasi, in realtà) se non fisica e astronomia inventate. Ecco, gli scacchi sono simili, nella scacchiera c'è un mondo fittizio e gli scacchisti fanno teorie psicologiche, matematiche, fisiche, sociologiche ed astronomiche completamente inutili e ineffabili. Non per niente spesso negli scacchi si parla di metodo "scientifico" e di mosse e strategie che avvengono "per necessità". Ereditano dalla scienza il linguaggio, ma la base empirica non c'è. E' una fisica senza un mondo fisico, è una matematica senza i numeri, si potrebbe parlare quasi di meta-scienza e arrivare al paradosso goedeliano. Tuttavia richiedono studio, studio e studio, ma oggi alla fine neanche più di tanto: ci sono i motori, si gioca online, un utente medio da 1.400 punti chess.com ha probabilmente all'attivo più partite di quante ne giocò Paul Morphy.
Quello degli scacchi con l'intelligenza è un rapporto di debito, di dipendenza: per la loro natura esente dal caso, per il loro essere caratterizzati da regole di movimento dei pezzi così diversificate, per il loro alto numero di variabili di gioco e per la loro storia nonché per la loro teorizzazione, probabilmente attirano le persone con un livello di "intelligenza" più alto della media, ma ciò non è una regola. Il dotto, lo studioso, è portato a hobby dotti, quando studiavo filosofia leggere un romanzo come I Demoni era un diletto, uno svago, e La Montagna Incantata l'ho finito in tre giorni, sui Fratelli Karamazov prendevo appunti, e quando ero stanco mi leggevo un testo di Schopenhauer. Lo studioso ha una curiosità continua ed è abbastanza comprensibile che trovi a un certo punto interesse in un gioco che rispecchia (oserei dire "emula", quando non "scimmiotta") la ricerca scientifica. Ci sono però moltissime persone intelligenti che non ci hanno mai giocato né ne hanno alcun interesse, e ci sono molte persone intelligenti che ne hanno espresso giudizi decisamente negativi. Probabilmente si sono resi conto, molto semplicemente, che non servono a un cazzo. Non mi sono sprecato molto a cercare informazioni in merito con fonti dirette ma i nomi che mi sono usciti in vari siti internet sono tanti e prestigiosi e potete cercarli voi stessi o leggervi un articolo di unoscacchista.com (magnifica la definizione di "spasso da gottosi" di Leon Battista Alberti, considerando che io sono un "gottoso"!). Diretta invece la fonte di nientepopodimeno che Albert Einstein il quale, buon amico di Lasker - campione del mondo e figura leggendaria -, introducendo una biografia sul grande scacchista si rammaricava che un uomo (e un matematico) dalla fine intelligenza come la sua avesse deciso di sprecare il suo tempo con quel gioco ripugnante invece di dare molti più contributi dei pochi che dette alla fisica e alla matematica. Ho letto un articolo piuttosto negativo di H.G. Wells, ho letto qualcosa in merito anche di Arthur C. Clarke; personalmente ho sempre trovato strano che Freud, ebreo e contemporaneo al periodo d'oro dello scacchismo, non li abbia presi in considerazione. E' comunque difficile trovare fonti sul web in merito a eventuali critiche, da un lato perché è sommerso da citazioni sugli scacchi, dall'altro perché le critiche tendono a essere eluse e osteggiate. Se parlate di scacchi, un giudizio positivo viene subito accolto come obiettivo e ponderato, ma uno negativo viene attribuito a una mera opinione personale e solitamente tacciato come frutto di una mente inferiore. Sento spesso, ad esempio, gli scacchisti parlare di ricerche scientifiche che li attestano come panacee universali: fanno diventare intelligenti i bambini, saggi gli adulti, e arzilli gli anziani. A parte il fatto che di questi studi non c'è traccia, ma allora perché Bobby Fischer era così? [battuta]
Il legame corretto non è tra scacchi e intelligenza, piuttosto tra scacchi e intelligenti.
Un problema che sta emergendo oggi, un po' grazie ai socials che non sono mai sazi di inutilità e a una serie Netflix che non ho guardato né mi interessa farlo (tratta però da un bellissimo libro che sicuramente pochi scacchisti di oggi avranno letto, perché gli scacchisti di oggi odiano i libri): la secolarizzazione degli scacchi fattisi soprattutto online. Si sono diffusi moltissimo e questo ha portato a giocarvi molta gente che mai vi si sarebbe rivolta. Molti mollano subito, altri continuano e così hanno cominciato a proliferare streamer, youtubers, divulgatori vari e via dicendo. Se già il legame fra scacchi e intelligenza era mancante e tra scacchi e intelligenti era flebile, questa nuova ondata di fruitori rovina ancora più la reputazione. Non è più la belle époque della civiltà, quel magnifico periodo prima della guerra quando lo scacchista era una persona distinta e spesso acculturata, che ci ha lasciato magnifici aforismi ed aneddoti, elegante, artista. Forse portarli nel mondo quotidiano ha aiutato la diffusione degli scacchi, da sempre relegati all'ambito di "setta", ma ovviamente questo nuovo bacino di utenti non è entrato nel mondo degli scacchi per passione: vuole sbandierare le sue conoscenze e la sua bravura per darsi un tono, questo è il suo fine, e l'appartenenza a quella setta li porta a presumersi intelligenti sebbene a volte li senti parlare e ti chiedi come siano riusciti a imparare l'alfabeto dalla A alla H! Oppure, più semplicemente, lo usano per far soldi come "streamer", categoria che aborro e considero uno dei mali attuali dell'umanità. Darsi agli scacchi per diventare intelligenti, sembrare intelligenti, o perché si pensa di essere già intelligenti sono tutte sfaccettature di questa leggenda degli scacchi come gioco intelligente e contemporaneamente la alimentano.
In un gruppo Facebook al quale mi sono iscritto quando ho cominciato a giocare abbastanza seriamente a scacchi un anno fa, mi sono reso conto che il rapporto tra scacchi e intelligenza è ancora meno incisivo di quanto già pensassi. Dopo 20 e più anni che gli correvo dietro ho dovuto riconoscere che ho scelto il momento più sbagliato per rivolgermi a questo gioco. Gli utenti sono superbi, sbruffoni, danno risposte al limite dell'offesa, il loro unico scopo nel gioco pare sia far punti per sbandierarli e sfottere, letteralmente, i principianti o chi a scacchi vuole solo giocare un po' dopo cena senza dannarvisi, senza considerarli la chiave di volta dell'intelletto, perché vi trova del divertimento invece che della genialità. Offendono i "novizi" perché non studiano, perché non si impegnano a studiare le partite, a dire la loro a tutta voce e magari contro uno che vuole sono farsi mezz'ora in pace a "giocare" nel senso più pieno della parola. E' una continua gara a chi ce l'ha più lungo, per dirla in parole povere, dominata da eroi da tastiera che tirano tutto questo casino per 32 pezzi di legno (anzi, ormai sagome sul display). Se chiedi informazioni su qualsiasi cosa la risposta tipica è che devi andare a un circolo, e puoi sprecarti a spiegare in italiano, tedesco, francese e friulano che alle 22:30, quando finalmente ti liberi, i circoli sono chiusi o magari sei stanco e vuoi stare in pantofole a casa! Vuoi scrivere questa giustificazione? Be, vieni ridicolizzato e ti dicono di giocare a dama! Sinceramente neanche se avessi la giornata libera andrei in un circolo di scacchi; se voglio fare due tiri a basket dove obbligatoriamente iscrivermi a una squadra? Se voglio fare un giro in mountain bike devo iscrivermi a un team? Ho comprato una scacchiera fisica, la Chessnut, perché giovare al PC mi rompeva il cazzo ma pensate un po', mi hanno detto che è meglio giocare al computer perché così posso analizzare le partite, è come se un giocatore di basket denigrasse il parquet! Studiavo libri e pure quelli non andavano bene, devo guardare video (e andare al circolo). Per ben quattro volte mi sono buttato sugli scacchi nella mia vita, l'ultima quasi a capofitto con libri e diagrammi, ma come le altre volte anche oggi è arrivato un momento in cui, trovandomi alla scacchiera, a un certo punto mi son chiesto "Ma che cazzo sto facendo?" rendendomi conto che stavo sprecando tempo e fatica per qualcosa di non molto precisato. Ho chiuso il PC, mi sono seduto al piano e ho cominciato a suonare le Gnossiennes e da quel giorno è finito tutto. Mi sono iscritto, negli anni, a molti gruppi di discussione (forum, mailing list, ora c'è quasi solo Facebook) a seconda della passione che avevo al momento: quando ho comprato la moto mi iscrissi a gruppi di moto per imparare strade, manutenzione, modifiche; mi iscrissi a forum e gruppi Facebook quando decisi di imparare a fare la birra in casa; mi sono iscritto a gruppi di pesca per imparare sottigliezze dello spinning e rudimenti di fly fishing. Dio vi protegga dal fare questo passo riguardo gli scacchi, perché più che in un gruppo di scacchisti vi ritroverete immersi nel regno della assoluto saccenza... e, a mio avviso paradossalmente, mai avevo trovato un gruppo in cui fossero denigrati i libri, finché non ho affrontato il lato social degli scacchi. Con tutta la magnifica letteratura scacchistica che c'è non stupisce che molti di questi titoli siano ormai introvabili, anche se spesso (cosa piuttosto diffusa nei libri antichi) sono tali solo in italiano. Del resto l'Italia negli scacchi è povera, un caso non fa legge ma un "ma" io lo lascerei in sospeso, del resto da un melo non cade una pera. Quando dici qualcosa di sbagliato si alterano come se in un gruppo di scienziati stessi dicendo che non credi che la Terra giri attorno al Sole, e stiamo parlando solo di benedetti scacchi! Il loro parlare di "scienza" e di "necessità" vi fa riandare con la mente alle deviazioni degli estremisti religiosi più che alla magnifica razionalità della Tecnica. Ma non disperate, c'è sempre una perla che rimane intonsa anche in un letamaio, e si trova anche qui qualcuno che ancora gioca per puro diletto e ti fa capire che, anche se sei uno su un milione, non vuol dire nulla perché sei uno su un milione in un gruppo di persone che, semplicemente, giocano a scacchi, e nulla più. Perché è questo che sono gli scacchi: solo scacchi. Potete vivere, essere intelligenti, essere acculturati, oppure essere deficienti, persino pazzi alcolizzati e nevrotici, anche senza gli scacchi.
Faccio notare che la copertina che ho usato non è per niente casuale, poiché mostra due di quelli che io considero emeriti idioti che fanno finta di giocare a scacchi su una scacchiera posizionata pure male. Persone dai cui ideali, comportamenti e stili di vita dovremmo fuggire a gambe levate e che dovremmo nascondere ai nostri figli, usate in una pubblicità per farne un simbolo di intelligenza. Il paradosso totale ma in quell'immagine è incluso tutto questo mio discorso.

Ma quindi, perché ci gioco? Perché li voglio insegnare a mio figlio? Be, non sempre quando c'è odore di cacca tutt'attorno vuole dire che siamo in una fogna. Chi vive in campagna come me lo sa bene.
Reputo siano un gioco carino e che abbiano alcuni lati positivi, non in sé ma per via di ciò che richiedono.
Innanzitutto, richiedono studio, cosa non facile da insegnare ma magari, unendolo a un gioco che si, può essere anche divertente, aiuta. E gli scacchi sono in certo modo divertenti.
Il fatto che richiedano concentrazione, che richiedano la pratica di immaginare mentalmente posizioni ancora a venire, che aiutino la memoria spingendo a ricordare le mosse fatte e le posizioni che i pezzi possono raggiungere a seguito di diversi scambi o mosse, suppongo (ma è opinione personale) sia qualcosa di utile. E poi, come dicevo prima, ricado in quella categoria di persone che hanno passato anni a leggere migliaia di pagine per comprendere appieno il principio di non contraddizione o la teoria della verità e i V-Enunciati e quindi un gioco che ricorda il mio precedente passato di studioso mi intriga.
Ci sono altre cose che mi portano a considerare gli scacchi qualcosa di importante da insegnare a Simone. Il fatto di abituarsi ad affrontare un gioco combattivo in cui nulla è casuale e in cui la sconfitta è data dai tuoi errori è forse la lezioni più importante: c'è qualcosa di etico, anche se sotto questo aspetto penso sia ancora meglio lo Xiangqi in cui persino la patta è stata rimossa quindi, se vuoi vincere, devi combattere sempre. La patta in effetti è una delle cose che meno mi piacciono degli scacchi, la considero letteralmente offensiva.
Il fatto che i piani di attacco pianificati obbligatoriamente dovrai cambiarli, sostituirli in corso d'opera, dovrai affrontare minacce che non avevi immaginato, il tutto restando però immobili, seduti, silenziosi e calmi. Obbligano ad attendere e sopportare le anche lunghe pause di riflessione del nostro avversario e che magari questi, di colpo, faccia una mossa che sconvolge tutte le nostre previsioni quando noi ormai eravamo sicuri di avere la situazione in pugno. Obbligano a pensare con metodo, a costruire strutture di pensiero, a visualizzare sequenze anche piuttosto lunghe, ad allenare la memoria per memorizzare pattern e ricostruire posizioni e a prefigurare strutture differenti a partire da una data, strutture che devi immaginare per poterle affrontare. Il tutto a puro livello intellettuale. Penso che a livello cognitivo la prefigurazione di possibilità che obbligano ad avere dia agli scacchi un alto valore educativo ma, si badi, questo valore lo si può trovare in tantissime altre cose, ad esempio quando hai una giornata "no" a basket e vieni messo in panchina.
Il fatto che sono molto legati alla nostra cultura ed alla nostra storia, e che possano portare a studiarne anche l'evoluzione, i contesti storici di determinati match e tornei, campioni del passato e gesta mitiche, creando una base culturale magari inutile nella pratica ma utile per tenere il cervello sempre incuriosito. Il fatto che la loro struttura possa associarli anche se a livello metaforico al linguaggio, studio che io da sempre considero un elemento basilare della conoscenza. Il fatto che studiandone la storia, ci si approcci inevitabilmente alle grandi sfide coi software scacchistici e quindi all'informatica, alle intelligenze artificiali, e in senso lato alle scienze in genere. Il fatto che hanno obbligano a gestire, restando calmi e concentrati, l'emotività e il nervosismo nonché nonostante probabilmente, come alcune ricerche stanno mettendo in luce, un rialzo dei livelli di testosterone normalmente causati da attività fisiche.
L'utilità didattica degli scacchi è dunque, più che direttamente correlata al gioco, qualcosa che si può trovare anche in tantissime altre attività.
Come si può intuire, sotto questo aspetto gli unici scacchi che considero in qualche modo educativi (non intelligenti, ma "educativi", si badi) sono quelli classici: i rapid, i bullet e via dicendo sono solo cagate. Il mondo social e streamer però giocano contro questa utilità quindi, forse, a Simone insegnerò qualcos'altro per non rischiare.
L'utilità dell'insegnamento degli scacchi è dovuta al fatto che impongono metodo ma molte cose richiedono metodo, anche il Backgammon. Anche la dama!
A concludere il tutto, quindi: SI, gli scacchi, in certo qual modo non diretto, sono intelligenti: giocare a e studiare gli scacchi aiuta l'intelligenza, non gli scacchi in sé.
Certe sono due cose: fare attività puramente intellettive aiuta la mente, e la mente aiuta l'uomo nella sua vita quotidiana. Allora perché non farle? Allora perché non ascoltare e studiare musica, leggere libri, studiare filosofia, fare rompicapi, suonare uno strumento e si, anche giocare a scacchi?
Oltre al fatto che sono un bel gioco, anche divertente a modo suo, e permettono di trascorrere mezz'ora di silenzio invece che a guardare la Grande Merda, ovvero la TV.
Se vi sono varie intelligenze è probabile ce ne sia anche una per gli scacchi, ma è un'intelligenza solo degli scacchi. Ci sono tante intelligenze, ciascuna valida per il suo ambito. Si può essere intelligenti a scacchi e dementi nella matematica; pare che John Von Neumann, ad esempio, a scacchi non fosse bravo e a Go ancora peggio. Si può essere intelligenti nella musica, nella matematica, nella fisica ma completi idioti nella contabilità, nel commercio, nella manutenzione o nei rapporti umani. Non c'è dubbio che Hitler o Speer fossero intelligenti, ma rimangono dei grandissimi bastardi. L'intelligenza non è più un'unità di misura e i test del QI ormai sappiamo che dicono ben poco in ambito generale; un verme nella sua esistenza è intelligente, un calamaro pure. Confondiamo l'intelligenza con l'adattamento alle situazioni, all'ambiente, alla vita; è una parola che ormai possiamo riconoscere come inadeguata e faziosa, come è il verbo "essere". Perché allora si continua a pensare che gli scacchi siano (degli) intelligenti?
Of course it is important for a chess player to be able to concentrate well, but being too intelligent can also be a burden. It can get in your way. I am convinced that the reason the Englishman John Nunn never became world champion is that he is too clever for that. [...] He has so incredibly much in his head. Simply too much. His enormous powers of understanding and his constant thirst for knowledge distracted him from chess.
(Traduzione: E' ovviamente importante per un giocatore di scacchi essere in grado di concentrarsi, ma essere troppo intelligente può anche essere un peso. Può essere d'intralcio. Sono convinto che il motivo per cui l'inglese John Nunn non è mai diventato campione del mondo sia nel fatto che è troppo intelligente per esserlo. [...] Lui ha così incredibilmente tante cose nella sua testa. Semplicemente troppe. Le sue enormi capacità di comprensione e la sua sete costante di conoscenza lo distrassero dagli scacchi.)
Da notare che questa interessante affermazione è di, pensate un po', Magnus Carlsen (fonte ChessBase.com) e sostanzialmente Carlsen suggerisce ciò che Einstein suggeriva a proposito di Lasker: gli scacchi limitano il campo d'applicazione dell'intelligenza. Ovvero, limitano l'intelligenza.

Per liberarsi da queste multimediali calamità (gli influencers, gli streamers), probabilmente è meglio rivolgersi al Go che, grazie alla sua banalità estetica (semplici pietre bicolore tutte uguali in una griglia anonima), alla sua complessità (gli scacchi a confronto sembrano la morra cinese), alla sua mancanza di una struttura tecnica ripetitiva (mancano della violenza immediata delle combinazioni tattiche degli scacchi), al suo legame con una cultura totalmente aliena (il modo di prendere e disporre le pietre, ad esempio), alla sua imprevedibilità (il concetto di "forzante" degli scacchi è, per quanto ho potuto vederne quando li ho presi in mano, quasi assente), alla sua in-conclusività (le partite non hanno una vera e propria fine come lo scaccomatto, terminano per comune accordo), per questi e altri motivi, sono molto meno adatti a farci dei video con montaggi fenomenali e frasi ad effetto. Oltre al fatto che non se li fila nessuno. Io ho conosciuto il Go più di trent'anni fa grazie a un romanzo ambiguo (Quattro pezzi di giada di Eric van Lustbader) e a suo tempo feci fatica a capire cos'era, non c'era internet e in biblioteca si trovava nulla in merito, non ricordo come (forse grazie allo stesso libro) macinai le regole base e riuscii a farmi un'idea del gioco che poi ripresi in mano quando la vita di tutti noi fu rivoluzionata da Internet, ed è un gioco veramente meraviglioso ma molto estraneo (per i motivi di cui sopra) alla nostra cultura più estetica e meno estatica, il go è cerimonioso come la cerimonia del té, per gli occidentali invece cerimonia è più simile a "protocollo".
Contestualmente allo studio degli scacchi che ho iniziato sporadicamente a portare avanti poco più di un anno fa mi sono riavvicinato al Go ma in maniera blanda; non c'è molto materiale, come libri di introduzione al gioco ne ho trovati due, come documentazione online poca roba, non è diffuso ma, allo stesso tempo, data la semplicità della sua struttura e delle sue regole, è anche chiaro che non può esserci la mole di materiale tecnico che può esistere per gli scacchi.
Questo post del mio blog avevo deciso di nasconderlo quando ho nascosto tutto sugli scacchi chiudendo la sezione, perché in seguito avevo ricevuto svariate email offensive. Ragazzi, dei vostri pareri non mi frega proprio un gran cazzo, non serve che mi scriviate email ché tanto le cestino quasi tutte senza leggerle, del resto non ho dubbi che non aveste letto nemmeno voi tutta questa pappardella essendo ben oltre le vostre capacità intellettuali. Non sto vantando me, si badi: denigro voi.
Oggi però 20/07/2026 ho trovato sul web questo articolo dal sito www.dottoremaeveroche.it di divulgazione scientifica, lo seguo da qualche anno ed è un bellissimo sito riguardo la scienza sanitaria quindi con approfondimenti principalmente medici e psicologici. Spesso gli articoli si sviluppano a partire da un quesito generale, opinioni diffuse, credenze, come questo che risponde alla domanda "Gli scacchi sono intelligenti?" ovvero se gli scacchi aumentano le doti intellettuali, se aiutano a diventare più intelligenti, se aiutano i bambini con ADHD, se aiutano a combattere la demenza e, udite udite, la risposta è sempre NO. Mi ha fatto un certo orgoglio riscontrare che asserisce quanto asserisco io ovvero che gli scacchi non rendono intelligenti, è un'errata deduzione dovuta al fatto che solitamente brave a scacchi lo diventano persone già intelligenti.
Posso ora riproporre questi pensieri, sia mai che risparmierò al mondo qualche nuovo influencer!
Cito alcune sezioni dall'articolo, non serve commentare nulla perché è già tutto fatto qui sopra e anche ampiamente, faccio notare solo che l'articolo cita fonti, studi, dà riferimenti, quindi è scientifico e non si sbilancia oltre come faccio io, ad esempio ipotizzando il pericolo di "emulazione" ovvero "gioco a scacchi per darmi un tono" oppure il rischio di una monomania nevrotica. Io ho usato solo il ragionamento e il buon senso, nonché l'esperienza.

Scacchi e intelligenza

Gli psicologi cognitivi che hanno studiato il legame tra tali abilità e gli scacchi affermano che questo gioco non aumenta direttamente l’intelligenza generale. Tuttavia, nei giocatori più esperti, è possibile osservare prestazioni migliori nell’utilizzo della memoria, dell’attenzione e della pianificazione. Si tratta, però, di capacità non trasferibili, cioè non facilmente utilizzabili in ambiti diversi. [...] Per esempio, chi sa guidare la propria automobile imparerà facilmente a condurre un modello diverso: è un caso di trasferimento vicino. Ma saper giocare bene a scacchi non rende automaticamente più bravi in matematica, a scuola o in altre attività intellettuali.
[...]
Secondo i principali studi sul tema, i giocatori esperti sviluppano capacità cognitive altamente specializzate, ma strettamente legate agli scacchi. Una di queste è il chunking, un meccanismo attraverso il quale il cervello organizza informazioni complesse in schemi riconoscibili e recuperabili rapidamente. [...] Questo meccanismo di memoria è specifico del gioco e non è considerato espressione dell’intelligenza generale.
[...]
Una relazione tra abilità scacchistica e alcune componenti dell’intelligenza generale, come il ragionamento e la memoria di lavoro, è stata comunque osservata, seppur di entità modesta; il legame non è invece risultato altrettanto solido per altre componenti, come la velocità di elaborazione. Sono piuttosto le persone considerate intelligenti, abili nel ragionamento e nell’utilizzo della memoria, ad avere maggiori possibilità di diventare molto brave in questo gioco [grassetto mio, poiché è la tesi del mio articolo, perfettamente coincidente.
[...]

Scacchi e ADHD

Una revisione delle ricerche sul tema ha trovato che le prove sull’efficacia di questo gioco come terapia complementare (e a basso costo) del disturbo potrebbero essere promettenti, anche se basate su pochi studi di piccole dimensioni. Va inoltre considerato un limite: costringere un bambino a impegnarsi in un gioco percepito come noioso può aumentare la distrazione. [...] A proposito di salute mentale, gli scacchi sono stati ampiamente considerati; l’analisi di oltre novanta studi non ha però prodotto prove convincenti della loro efficacia.

Scacchi e demenza

Le ricerche su scacchi e demenza già diagnosticata sono poche e riguardano quasi sempre in modo specifico la malattia di Alzheimer; inoltre sono per lo più di bassa qualità metodologica, con campioni piccoli e senza un vero gruppo di controllo. Alcuni di questi lavori preliminari suggeriscono un possibile beneficio su concentrazione e lucidità mentale in pazienti già malati di Alzheimer, ma si tratta di risultati che studi più ampi e rigorosi dovranno ancora confermare; al momento non si può parlare di un effetto curativo del gioco sulla demenza. Abbiamo già esaminato le prove a sostegno della lettura e dell’enigmistica contro il rischio di malattie neurodegenerative. In un’ottica di prevenzione, portata avanti fin da piccoli e per tutta la vita, ogni impegno intellettivo e attività ricreativa, meglio se in gruppo, è salutare per la mente e per il cervello.


Articolo iniziato il 17/09/2023


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