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Vedi figliolo, è la tua testa che fa il bar. Non il contrario. (N.D.)
Robert M. Pirsig, Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta

AUTORE: Robert M. Pirsig

TITOLO: Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta


Stato lettura: LIBRO CONCLUSO IL 04/05/2017

Recensione

Una Grande Avventura, a cavallo di una motocicletta e della mente; una visione variegata dell’America on the road, dal Minnesota al Pacifico; un lucido, tortuoso viaggio iniziatico.
Qual è la differenza fra chi viaggia in motocicletta sapendo come la moto funziona e chi non lo sa? In che misura ci si deve occupare della manutenzione della propria motocicletta? Mentre guarda smaglianti prati blu di fiori di lino, nella mente del narratore si formula una risposta: «Il Buddha, il Divino, dimora nel circuito di un calcolatore o negli ingranaggi del cambio di una moto con lo stesso agio che in cima a una montagna o nei petali di un fiore». Questo pensiero è la minuscola leva che servirà a sollevare altre domande subito incombenti: da che cosa nasce la tecnologia, perché provoca odio, perché è illusorio sfuggirle? Che cos’è la Qualità? Perché non possiamo vivere senza di essa?

Giudizio

Voto:
Ormai sono prossimo a concludere il celebre libro Lo Zen e l'Arte della Manutenzione della Motocicletta. Non riesco ancora a capire come possa essere diventato un libro di culto del motociclismo visto che, col mondo delle moto, non c'entra proprio un cazzo. Se non per il fatto che Pirsig mentre elabora il suo "Chautauqua" sta girando in moto. Avrebbe potuto essere a cavallo, o in auto, o seduto in terrazza, che nulla sarebbe cambiato. E' un libro di filosofia, non un libro di viaggio; è un libro di filosofia, non un libro di moto; è un libro di filosofia, non un libro sul buddismo.
E' un libro di filosofia.
Non capisco proprio come possa essere diventato così celebre. Non è un libro sottovalutato, come pensavo all'inizio, perché è proprio un libro incompreso. O, cosa più probabile, è un libro che vive del suo mito, ma con pochi lettori.
Peraltro a livello filosofico è anche un libro stupido. Lo scrittore è un filosofo autodidatta provetto che ha studiato retorica, un ragazzo del liceo potrebbe scrivere argomentazioni filosofiche più solide e sensate. Alcuni spunti possono anche essere intesi come interessanti, ma sono pochissimi e, a un'analisi un po' attenta, sono immediatamente riconoscibili come incredibilmente ingenui.
Con una base filosofica e psicologia più adeguata avrebbe potuto trarne fuori qualcosa di buono, ricostruendo le proprie esperienza usando la tecnica della "mitobiografia" e sfruttando un po' dei millenni di analisi filosofica, invece di pensare di poter sapere tutto in un colpo solo. A volte fa sorridere la sua boriosità che ricorda quella di un giovane studente un po' ritardato che non ammette di non arrivarci ma di buono ha lo sforzo della volontà.
Se avevate qualche dubbio, consiglio mio LASCIATE PERDERE. Sappiate che vi troverete 400 e rotte pagine di discorsi sconclusionati di filosofia neanche spicciola della vita quotidiana, vi troverete invece filosofia dura, in parte metafisica, in parte linguistica, trattata male. E di buddismo, sia Zen sia in generale, non c'è praticamente nulla, niente, zero.
Si tega anche che il fato che viaggi in moto è ininfluente al "Chautauqua", la moto non gli ispira quasi nulla.
Il paragone potrebbe essere: immagine un vecchietto di un paesino famoso per avere una buona mano nel dipingere; i suoi quadri sono la chiesa, il fiumiciattolo, la via centrale, ritratti in maniera grossolana e senza una base forte da un lato, e senza particolari abilità dall'altro. Ora immaginate che questo signore si metta a scrivere un libro di arte dopo aver visto qualche quadro in una rivista scandalistica, narrando mentre immagina di fare grandi pensieri pedalando in bicicletta da un paese all'altro. Ecco, questa è la situazione.

Lo salva forse solo un po' il fatto di avere una prova discreta, e che comunque una moto, in 50 delle 400 pagine, compare... Questi due fatti gli fanno meritare una stella nella mia votazione, invece di zero, e hanno fatto si che sia arrivato alla fine del libro. Nonché quelle due o tre cose filosofiche interessanti solo per il fatto che permettono di evidenziare come un ragionamento filosofico non dovrebbe procedere.

E' in definitiva un lungo e noioso esercizio retorico piuttosto immaturo e ripetitivo, e non raramente vanaglorioso.

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